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ilcielodiparma

Un blog parmigiano senza pretese e senza bandiere

Il dopocena di Parma, la lezione di Varano

Non ero nè da una parte nè dall’altra: letteralmente. Non ero fra i mille entusiasti della cena in centro (e non si può negare che l’avvenimento abbia richiamato a Parma anche alcune testate internazionali di prestigio, e quindi l’operazione ha avuto un effetto positivo), nè ero fra i tanti che hanno criticato l’iniziativa (e non si può negare che un po’ di parmigianissimo effetto passerella vi fosse). Non ero neppure fra gli spettatori plaudenti al concerto, poi terminato un po’ bruscamente, di Antonello Venditti (e non si può negare che dal punto di vista dell’affluenza anche da fuori Parma il doppio concerto in Cittadella sia stato un successo), nè ero nel plotone di esecuzione virtuale che il giorno dopo alla tastiera del pc ha sparato a zero sull’organizzazione e sul Comune (e non si può negare che l’effetto figuraccia, dopo il video del cantautore ripreso da testate anche nazionali, c’è stato, al di là che le colpe siano del Comune o di altri o dello stesso cantautore).

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La Parma incosciente (e delinquente) di chi guida col cellulare. Da stroncare subito

Per una volta lascio da parte i miei semitoni e i giri di parole che spesso cerco di usare per rispettare tutti e non offendere nessuno: oggi parliamo di idioti parmigiani.

Anzi, di delinquenti. Delinquenti spesso in buona fede, inconsapevoli. Rincoglioniti. Pericolosi per sè e per gli altri.

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Da Silvia a Elisa… Ma soprattutto da Aldo a Massimo: la lunga scia della violenza omicida maschile

La foto di Elisa si sovrappone a quella di Silvia, che viene ricordata proprio stamattina in Santa Croce.
13 anni dopo, siamo ancora qui a guardare visi di giovani donne, vite spezzate da uomini. Qui nel profondo nord, qui nelle due ali del Ducato che proprio da una donna fu governato con saggezza 200 anni prima di un governo dove le donne sono 1 su 3…

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Fuorigioco

Ho sempre guardato da fuori, e quindi cercando di non giudicare ciò che non conosco a sufficienza, il mondo Ultras. E tante volte ho difeso i Boys di Parma da giudizi che mi sembravano affrettati e stereotipati (così co0me tante altre volte li ho invece criticato come per gli incidenti di Parma-Padova o per ogni episodio in cui si infiltrava la violenza, che però a Parma non è di casa).

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Un sogno chiamato Parma-Juve

Ormai sono quasi 30 anni. Una favola calcistica lunghissima e allora impensabile.

Iniziò con una sconfitta. Ma a riguardare il video di Raidue su Youtube con commento di Pierpaolo Cattozzi, già in quella sconfitta c’era l’impertinente ed allegra volontà della giovane matricola Parma di non rassegnarsi alla parte del comprimario. Neppure con la Signora del calcio, che anzi avrebbe sfidato spesso alla pari, ad iniziare dalla clamorosa Coppa Italia dell’anno successivo, passando poi per la strepitosa Coppa Uefa del 1995 (il trofeo sportivamente più significativo della storia crociata) fino alla vittoria della dignità della squadra ormai retrocessa e falllita con Josè Mauri.

Bello rivedere quelle immagini, bello ma amaro. E allora al sogno di una ennesima beffa ai bianconeri anche in versione CR7 lasciatemi aggiungere un sogno tutto mio, che coltivo ormai da 3 anni.

Ormai è andata come andata e non serve più ripartire torti e ragioni, che non sono mai da una sola parte. Però, il nuovo Parma che si è fatto ammirare da tutto il calcio italiano per come ha saputo rinascere dalle proprie ceneri (a proposito: bellissima la terza maglia) ha ancora una ferita aperta, che è ormai davvero tempo di risanare.

E quale occasione migliore di abbinare i due Parma-Juventus? Si invitino, per quel debutto, i protagonisti di allora, in modo che il Tardini possa rivedere e ringraziare innanzitutto Nevio Scala, e poi i vari Apolloni, Minotti, Melli (anche fra loro c’è stata burrasca, ma sarebbe bello rivederli fare squadra almeno per un giorno) e se è ancora nei paraggi anche il grande Tino Asprilla. Magari proprio con un gemellaggio di maglie: quella bianca della matricola di allora che seppe diventare grande e quella nera dell’araba fenice di oggi. Due storie troppo belle per non restare unite.

Il fanciullo e l’acquedotto

E’ arrivato un acquedotto carico di… Acqua, direte voi: e in effetti ce n’è tantissima, in quel fungo che non si può andare a vedere ma che tutti vedono da fuori passando dalla vecchia Barriera Bixio.

No: è arrivato un acquedotto carico di…foto ! E nell’assolatissima estate parmigiana, ci si trova lì davanti alle 18 in gruppo nutrito ma anche un po’ carbonaro: come quei giochi di bambini in cui si va all’avventura e alla scoperta di luoghi un po’ affascinanti e un po’ pericolosi.

Ci guida un fanciullo che ancora non vuole smettere di stupirsi e stupire, che è poi stata ed è la sua cifra di giornalista: Antonio Mascolo, uno degli ultimi cui non si potrebbe adattare quella sua stessa foto che, simulando un 1922, ricorda a Balbo di non aver passato la Parma. Lui ha passato la Parma e anche il Panaro, e il Tevere per progettare a Roma la prima Repubblica del web e solo del web, tornando a Parma per realizzarla. Formidabili quegli anni, con tante riflessioni che tuttora sarebbero preziose per cittadini e politici ducali.

E una volta finita quella avventura, eccolo Peter Pan d’Oltretorrente, in un gioco – che in realtà è una delle più serie e intelligenti inchieste giornalistiche  viste a Parma da tempo – che prima è post quotidiano su facebook, poi è libro ed oggi è territorio. OTR (l’Oltretorrente come patria) sta già figliando un nuovo filone a San Leonardo, insieme all’arch. Costi, ma intanto trova questo guizzo impensabile in piazzale Barbieri.

Così, eccomi 60enne a varcare per la prima volta la porta di quel “fungo” sotto cui siamo tutti passati mille volte. E mentre l’acqua la “vediamo” solo attraverso rumore e umidità, gli scatti d’Oltretorrente anche inediti ci stanno davanti nella più insolita delle mostre. La città che entra dove la città non è mai entrata e lì racconta per immagini un pezzo di città: quello che parte dallo splendido scatto di Corridoni per poi passare dal Parco Ducale e concludere proprio con la scala dell’acquedotto, che è sopra le nostre teste con divieto di accesso per motivi di sicurezza, ma che mostra finalmente soddisfatta la sua bellezza celata a noi per decenni.

Geniale.

Stiamo uccidendo l’Italia. Tutti insieme

A sgranare la sequenza delle notizie degli ultimi giorni, c’è da restare sconsolati. Proviamo a rivederle tutte insieme, visto che la legge del “tempo reale” ormai ci fa dimenticare una notizia non appena ne arriva una nuova.

Allora: c’è stato innanzitutto lo scandalo, gravissimo, legato alla magistratura con i legami Csm-politica e il ruolo dell’ex ministro Pd Lotti. Poi una nuova infornata di arresti e denunce sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella nostra regione: fra gli arrestati il presidente del Consiglio comunale di Piacenza, targato FdI, così come in precedenza era toccato a esponenti di altri partiti. Poi la distruzione (con l’intervento perfetto dell’esplosivista parmigiano Danilo Coppe) di quel Ponte Morandi che è il simbolo di anni di trasverale incuria tecnico-politica e di uno sconcertante menefreghismo culminato in gigantesca tragedia. Poi la vicenda che ha conquistato più riflettori: ovvero l’odissea della nave Sea Watch, i contrasti con il governo italiano e infine lo sbarco dei migranti con l’arresto della capitana della nave e il drammatico corollario di uno speronamento alla motovedetta della Finanza, che avrebbe potuto avere conseguenze gravissime. Una barca con una quarantina di disgraziati spacciata per questione di Stato e strumentalizzata da tutti mentre a pochi metri altri barchini sbarcavano sulle coste nell’indifferenza di tutti.

Ma più di tutte, e non solo perchè avvenuta a due passi da Parma, la vicenda agghiacciante è quella di Bibbiano, dove pur in attesa delle verifiche e degli aggiornamenti da parte dei giudici si profila un meccanismo perverso sulla gestione di affidamenti, famiglie e servizi sociali in Val d’Enza. Anche qui sotto discussione è il sistema Pd, con un provvedimento diretto per il sindaco di Bibbiano, pur per una ipotesi di reato collaterale rispetto alle barbarie di cui si parla nel rapporto con bambini e famiglie.

Corollario a tutto questo il sempre più avvilente livello dei social, dove “merde”, fotomontaggi e sentenze da Bar sport – da parte di chi un codice non l’ha mai neppure aperto – si sprecano da giorni. E per alcuni, al porto di Lampedusa, è sato un attimo passare dai social agli insulti “in diretta” con l’augurio di stupri alla comandante che veniva arrestata. E qui, invece, solo chi è in malafede può ignorare o sottovalutare l’influsso che su questo clima arriva da anni dall’ineffabile ministro degli Interni e dalla sua social-bulimia.

Ecco: questo è il clima dell’Italia 2019. Che ovviamente non significa che non vi siano tante persone brave e oneste anche nelle categorie toccate dalle notizie elencate e sicuramente negli stessi partiti. Ma il senso di un diffuso marciume è sempre più evidente.

Le responsabilità della politica sono primarie e gigantesche. E quelle del Pd su CSM e Bibbiano (parlo ovviamente di responsabilità politiche: quelle giudiziarie è bene lasciarle valutare ai giudici veri) devono fare riflettere tutta la sinistra. Ma neppure altrove possono stare allegri: il già citato caso Piacenza-‘ndrangheta e indagini recenti (da Arata a Legnano) dicono che corruzione e legami pericolosi si installano a tutte latitudini e con tutti o quasi i colori politici.

E qui veniamo in scena noi. Oltre ad alzare il livello del dibattito pubblico (lo dico anche a me stesso: Facebook spesso tira fuori il peggio di noi come allo stadio), ci sono soprattutto due cose che possiamo e dobbiamo fare. La prima è usare l’arma più potente che abbiamo e che vergognosamente ignoriamo: se tutti quei vili (per me sono tali) che non si recano alle urne si facessero sentire, spesso sarebbero il primo partito di una città o di una nazione. E la seconda è smettere di fare i tifosi: se le elezioni le vince il Pd o la Lega, non ha ancora vinto nessuno. Vinciamo se quei partiti che mettiamo al governo fanno crescere il Paese: quindi non dobbiamo difendere chi fa cose sbagliate solo perchè è del nostro partito, ma anzi dobbiamo essere i primi a fargli cambiare registro.

Comunque la si pensi sul caso Sea Watch, ad esempio, era surreale vedere lì nelle vesti di agitatore Delrio, che più seriamente avrebbe dovuto essere o a Genova (quel crollo non può non chiamare in causa politicamente tutti coloro che hanno gestito il Ministero delle Infrastrutture in questi anni) o a Reggio (la provincia che lui rappresenta e che è al centro dello scandalo “Angeli e demoni”). Ecco: gente così, o come il politico piacentino della Meloni, va ridimensionata o cacciata, a seconda della gravità di ciò che fa.

E poi basta con gli insulti, basta con una aggressività che ci abbruttisce. Non lo vediamo che a forza di rinchiuderci ciecamente e acriticamente in un partito o in un leader stiamo uccidendo la nostra splendida Italia?

Il silenzio commovente per Michelle, il silenzio indifferente di Parma

Ci sono tre modi per raccontare la marcia silenziosa di ieri sera nel centro di Parma.

Il primo, coinvolgente e toccante, è quello di raccontare una madre in Piazza con la figlia Michelle. Ma quella figlia, come si vede nella foto qui sopra, è oggi solo una presenza virtuale, una immagine sul telefonino da guardare e sfiorare con amore e tristissimo rimpianto. Perchè Michelle non c’è più: i suoi 20 anni furono presi mortalmente e crudelmente a martellate dal 26enne Alberto Munoz.

Il secondo è la rabbia. La rabbia per la sentenza che per quelle selvagge e brutali martellate ha quasi dimezzato la pena all’assassino: da 30 a 16 anni. La sentenze, come sempre, si rispettano. E si rispettano i giudici che evidentemente hanno applicato norme che fanno parte dei codici. Ma rispettare non significa accettare, non domandare, non scandalizzarsi e soprattutto non esclude chiedere: chiedere perchè quel dimezzamento, chiedere se è giusto, chiedere se è adeguata una legge che lo consente…

Il terzo modo è il più difficile e ingeneroso, per chi ha organizzato, per chi ha partecipato e soprattutto per quella madre che con coraggio era in Piazza a chiedere e ringraziare. Lo dico nel modo più crudo: ieri pomeriggio i parmigiani e le parmigiane erano più coinvolti dal rito dell’aperitivo che da questa storia di violenza e di diritti calpestati.

Conosco decine di social-tastieristi pronti a mobilitarsi (e giustamente) per la tragica vicenda di Pamela. Ma per questa ventenne uccisa nella nostra civile e capitale Parma non hanno trovato tempo. E con loro quasi tutta la città: ormai, quando c’è un appuntamento del genere, potrei stilare in anticipo una lista con i nomi dei partecipanti e lo azzeccherei almeno all’80%.

Allora è il momento di prenderne atto. A Parma si sta facendo tanto da parte di tanti: il rischio è che si faccia troppo. Non nel senso che non ce n’è bisogno, purtroppo, ma la paura è che i tanti simili appuntamenti producano assuefazione, stanchezza. Occorre forse che le varie associazioni di donne e di uomini impegnate/i nella battaglia contro la violenza si fermino un momento a riflettere: come per ogni prodotto da “vendere” (e qui è un vendere a fin di bene per la collettività), a volte occorre diferenziare le strategie di “marketing” e di comunicazione.

Ovviamente questo non può e non deve essere un alibi per gli indifferenti. Ma certo è un passaggio da affrontare, se si vuole proseguire la battaglia e renderla più concreta. Quanto ai controriformatori che ancora stentano a riconoscere il femminicidio perfino come parola, o che ironizzano sulle iniziative contro la violenza di genere, si guardino bene quella foto di una madre che può vedere solo sul telefonino il viso di una figlia uccisa a martellate da un assassino cui è stata “regalata” una pena dimezzata.

La Parma di Lauro Grossi. E la nostra

Nessuno si arrabbi e nessuno legga questo articolo come un discorso personale. Ma quando alcuni giorni fa è uscita una bella fotografia di Marco Vasini del sindaco Pizzarotti che sbirciava dalla finestra del Municipio la protesta nella Piazza sottostante di alcuni comitati, e poco dopo è comparsa su Facebook la fotografia di Lauro Grossi del quale ricorre oggi il 30° anniversario della morte, ho pensato a quanto siano diverse la Parma di allora e la Parma di oggi.

Non so se Lauro Grossi sarebbe sceso a parlare con i “contestatori”, d’istinto mi viene da pensare di sì. Ma ripeto: il mio non è un confronto fra sindaci (e peraltro io stesso ho scattato foto di Pizzarotti che dialoga in Piazza con cittadini che lo avevano fermato, in altre occasioni), ma è un confronto fra epoche della città e della politica. E non è neppure, lo dico subito, un amarcord nostalgico, perchè tutti ricordiamo che la politica di quegli anni aveva tante magagne, anche nel versante dei finanziamenti ai partiti, prologo (che però allora veniva considerato quasi normale) di Tangentopoli. Anche a Parma.

No. Quando dico che il confronto cittadini-politica era diverso non mi riferisco tanto (o solo) a questo o quel sindaco, ma anche a noi. Quando Lauro Grossi mi ha tenuto a “battesimo” per le mie prime interviste politiche a Tv Parma, dopo gli anni in Gazzetta a raccontare solo sport, erano gli anni ’80. E Parma era davvero una città a 360°. C’era una politica che nasceva dai quartieri, con partecipazione vera e massiccia, e c’erano partiti piccoli per dimensioni ma importanti come scuola e come contributo alle discussioni della città (penso a tanti nomi illustri usciti da Pri, Psdi, Pli…). C’era la presenza forte – per qualcuno una cappa – del monolitico Pci, la cui sede di via Pellico era definita significativamente “il bunker”. C’era altrettanto forte il contrappeso degli imprenditori, con l’Upi che si identificava in Giorgio “Richelieu” Orlandini e che politicamente trovava sponda soprattutto nella Dc che guidava da decenni l’opposizione.

Ma nel mezzo c’erano anche altre voci importanti. Oltre ai “partitini” già citati c’era appunto il Psi, che nel nome di Grossi avrebbe siglato in quel decennio il traghettare dall’ultima giunta socialcomunista (1980-85) al primo clamoroso pentapartito (1985-89 fino alla morte dello stesso Grossi e poi con Mara Colla che avrebbe anche traghettato il percorso inverso, che avrebbe poi portato agli anni di Lavagetto).

C’era una Gazzetta di Parma che sì, era facile e frequente etichettare come “la voce del padrone”, ma che a una linea editoriale ovviamente dettata dalla proprietà degli industriali (come peraltro avviene per qualsiasi testata locale e nazionale) aggiungeva e a volte sovrapponeva una straordinaria simbiosi con la città intera. Il mix della raffinata cultura di Baldassarre Molossi, della più ruspante ma efficacissima capacità di scrutare la città di Aldo Curti e della dedizione (ognuno con le sue qualità) di un manipolo di cronisti di razza faceva sì che il quotidiano fosse il riferimento di tutti: anche di chi come la Gazzetta non la pensava. E mi immagino quale rivoluzione sarebbe scoppiata sulle pagine di carta, per poi contagiare la città intera, se una giunta avesse anche solo pensato di porre fortemente mano a Piazza della Pace, di cui si discusse forse fin troppo per interi decenni, senza prima avere coinvolto tutti ma proprio tutti i parmigiani. Comunque vada a finire la sistemazione di cui da tempo vediamo il cantiere…

C’era la Chiesa, che soprattutto con monsignor Benito Cocchi ebbe parte fondamentale su tante questioni che in quegli anni interessarono e a volte insanguinarono la città (il delitto del Federale ne fu l’emblema nel male e nel bene del progetto di rieducazione che ne seguì). C’erano intellettuali di tutti i colori che non mancavano di contribuire con entusiasmo ed onestà (e rispetto reciproco) al dibattito sulle più importanti questioni. E, per riprendere un tema che oggi è spesso e malamente discusso, perfino nella più marcata fedeltà all’antifascismo non si mancava di ascoltare chi anche a destra e nel Msi aveva guadagnato il rispetto degli avversari (penso ad esempio a Gian Luigi Busi, per anni in Consiglio a rappresentare quel partito).

Tutto oro quel che luccicava? Certamente no, come in parte abbiamo già detto. Ma Parma veniva prima di tutto: a volte magari in modo retorico e stucchevole, ma il senso della collettività era un po’ di tutti. E certo non sarebbe durato a lungo lo scambio che da mesi ci dobbiamo sorbire, a livelli non sempre alti, fra chi oggi rappresenta Parma a Roma e chi ne governa il Municipio. Si discuteva, anche in modo durissimo, ma dell’altro si contestavano le idee: non la persona.

Ecco perchè la bella foto di Vasini potrebbe essere agevolmente rovesciata allo specchio. E’ vero: il sindaco è rimasto alla finestra, ma quanti alti parmigiani lo fanno ogni giorno? Quanti hanno vergognosamente disertato, due anni fa, l’importantissimo appuntamento del voto? E la manifestazione della Piazza, se da una parte porta avanti istanze rispettabilissime e legittime, spesso parte da “analisi” che si possono leggere sui social e che al tono dei social spesso si adattano, più che cercare di elevarlo come una vera Politica dovrebbe provare a fare.

Insomma, fra il ricordo di Lauro Grossi (senza santini ma con il rispetto e l’affetto per chi da sindaco non si risparmiò fino a morire letteralmente sul campo) e le polemiche di oggi, approfittiamone per guardarci allo specchio: Parma è troppo bella perchè ognuno di noi non se ne senta un po’ sindaco e non faccia il suo dovere, ciascuno nel suo ruolo e nelle sue idee. Ma con l’interesse di Parma al primo posto…

(La foto, come si legge in alto, è tratta dal profilo facebook di Giovanni Ferraguti, che ha pubblicato giovedì scorso sul sindaco Grossi una bellissima carrellata che vi invito a guardare).

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