giuseppe_verdi_by_giovanni_boldini

Il Festival, le opere, gli speciali tv, i totem, alcune vetrine e alcuni menù, le manifestazioni nelle strade…E’ il mese di Giuseppe Verdi: e nei sogni ultradecennali di questo appuntamento la speranza era che Parma potesse per alcune settimane trovarsi al centro delle attenzioni di melomani e studiosi, così come accade altrove per altri e più anziani festival. 

E’ una strada ancora lunga, ed io non ho certo la competenza per discuterne. Quello che invece mi interessa da sempre è come il Festival Verdi incida, e possa incidere, sulla città, quindi su tutti noi. Ovvero: che cos’è, veramente, Verdi per noi? Che cosa sappiamo di lui e dei motivi che lo rendono ancora così attuale e seguito ad oltre due secoli dalla nascita? Ovvero: sappiamo perchè Parma ha un Genio le cui opere sopravvivono e sono ascoltatissime e rappresentate anche nell’era del digitale?

Io, qui come altrove e come tanti, mi sento un quasi analfabeta verdiano. Certo conosco le arie più famose (e almeno so che la Marcia trionfale è parte dell’Aida e non una musica da stadio…), sento i brividi del Va pensiero, che pareggiano e cancellano qualunque sensazione di “zum-pa-pa” di altri brani. Sento la voglia di approfondire la celebre efficacissima definizione di Gabriele d’Anunzio: “Pianse e amò per tutti”. Così come ho conosciuto le tante botteghe verdiane in Oltretorrente: perchè Verdi non è roba da elite culturale, ma è stato ed è una sorta di enciclopedia musicale dei sentimenti anche per la Parma popolare, come Pezzani raccontò splendidamente con i versi di “I dàn l’Otello”. E da ultimo, mi sono letto il bell’inserto dei colleghi della Gazzetta e ho recentemente ascoltato una interessante lezione sul Don Carlo (bello avere un fratello con la conoscenza del melomane e la chiarezza espositiva del giornalista).

Ecco che cosa mi piacerebbe della Parma del 2016. Che tutti noi, e non solo nei giorni del Festival, ci mettessimo a “studiare” (non faccia paura la parola: ai tempi del web ci sono modi molto piacevoli): Verdi, ma anche il Correggio della cupola da vertigine del Duomo l’Antelami capace di fissare lo spirito del Medioevo nei marmi e nei colori del Battistero. E così via…

Ovviamente c’è bisogno di divulgatori: come il primo e non politico Sgarbi, per intenderci. Ma se centinaia di migliaia di persone hanno visto la Traviata, e forse hanno pianto con Julia Roberts, per le emozionanti atmosfere verdiane  in un film di planetario successo come Pretty woman, allora si può capire che un Verdi Festival non deve e non può essere solo per una nicchia. E’ invece l’occasione per confrontarci con la storia di questa nostra terra che ha avuto la fortuna di generare alcuni veri Geni: Verdi è certamente il più grande e ha tantissimo da insegnarci, con la sua musica e con la sua vita. A noi il compito di avvicinarci e di appassionarci.

E, per cominciare, ripropongo a voi quello che mi è stato fatto ascoltare: l’inizio del primo atto del Don Carlo nella versione “lunga”, con un coro che esprime la stanchezza del popolo per una lunga guerra. Anche in questo, purtroppo, la musica di Verdi è ancora davvero attualissima…

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