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Passata la festa…resta la curiosità del cronista e del cittadino. Scopro su facebook che ho perfino rischiato di incontrarmici con Giovanni Ferraguti (“brutto” virus il giornalismo: colpisce anche i pensionati), le cui foto sono però ovviamente migliori delle mie smartphonate.  Allora, si diceva: passata la festa, adesso che cosa ne facciamo del “Ponte Europa”? 

Innanzitutto, dopo averlo ripetutamente “ammirato” dall’auto, questa volta parcheggio dove si può e me lo guardo con calma a piedi, attraversandolo da una parte all’altra ma da fuori (ovviamente ora non si può entrare, nè ero fra gli invitati della cena). Cena che, lo dico subito, non mi ha disturbato di per sè , purchè il conto lo abbiano pagato gli invitati e non salti fuori che abbiamo contribuito anche noi. Anzi, ben vengano iniziative simili se come si è scritto e visto dimostrano che il ponte a colori può anche essere affascinante (qui la foto di Parmadaily):

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Di giorno, però, l’effetto è sicuramente diverso. Per evitare ogni pre-giudizio provo anche a chiedermi come lo vedrei in un altro contesto, tipo Berlino e su un fiume “vero”: magari come un coraggioso e buon risultato di arte moderna? Ma anche con questa premessa, onestamente continua a sembrarmi troppo pesante e troppo scatolone: e il fiume non c’è (ma questo lo sapevamo, e ce lo aveva ricordato anche il direttore dell’Efsa al momento di inaugurare il maxiponte a sud, che però a me non dispiace e che almeno il suo dovere di tangenziale lo fa).

E comunque ormai è così: “tgnìrol o masèrol”, si dice in dialetto. E poichè la seconda ipotesi equivarrebbe ad una costosa e forse eccessiva demolizione, restano le domande di sempre: 1) Chi e perchè ha fatto l’errore di investire su una cosa inutilizzabile ? (ma la parola autocritica nei dizionari di Parma non è sempre presente). E perchè le conseguenze tipo vgilanza privata devono cadere su di noi? 2) Ma soprattutto: ora c’è una strada perchè inutilizzabile non rimanga?  “Perchè non parli?” chiedeva Michelangelo al suo Mosè. Qui più realisticamente, al ponte vien da chiedere “E adèsa ca t’é pasè la Pèrma…?” (per l’invidia di Balbo e…Bernazzoli) “che cosa ne possiamo fare di te?”.

Visto che pare ci sia anche un problema di sicurezza collegata al torrente, intanto mi permetto di segnalare questa foto: pur non essendomi inoltrato nella vegetazione del greto, l’impressione da lontano è che ci siano rami pericolosamente parcheggiati sotto alcune arcate. Se è così, sarà bene rimuoverli prima della stagione delle piene:

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Ma il nodo resta naturalmente l’uso degli spazi interni (e, per carità, nessuno nomini mai più Ponte Vecchio e Rialto…). Ovviamente non entro negli aspetti giuridico-politici, su cui però mi piacerebbe che politici vecchi e nuovi facessero maggiore chiarezza. Se si potessero superare, io credo che – vista anche la vicinanza con lo Csac e con il casello A1 – si potrebbe qui collocare quel Museo permamente della fotostoria (o fotocronaca) di Parma, che i vari Ferraguti, Rosati ecc. potrebbero mettere insieme con pezzi di grande suggestione legati alle vicende di Parma. Credo che sarebbe una attrazione per tanti parmigiani e forse anche per qualche turista: una sorta di doppio biglietto da visita di Parma nel nome della fotografia. E non impedirebbe neppure…le cene: anche se vedere come ospite d’onore Ezio Greggio mi ha ricordato un po’ i tempi di cultura un po’ troppo televisiva in cui si pensava che ad “impreziosire” Parma e il Festival Verdi nel palco reale potesse essere Sara Tommasi…   Ecco, anche andando al di là degli opposti pregiudizi, capire che cosa fare di questo contenitore ingombrante, ma potenzialmente importante, potrebbe essere un bel banco di prova per politici, intellettuali e mondo imprenditoriale.  E anche un buon seguito della cena di Verdi Off. Altrimenti, temo che quel ponte resterebbe solo un biglietto da visita della nostra presuntuosa “grandeur”.