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In un’epoca nella quale ogni tema viene ormai affrontato con toni da tifo da curva calcistica (vedi referendum), figuriamoci se questo si può evitare quando proprio di curve e di calcio si tratta. E invece è proprio quello che dobbiamo riuscire a fare 

se vogliamo provare a capire la svolta traumatica (su questo tutti d’accordo) del Parma calcio:

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Metto subito in chiaro due cose. 1) Il calcio è fatto, anche nella innovativa esperienza parmigiana, di società private, i cui proprietari hanno quindi la piena e legittima facoltà di cambiare manager e allenatori se non ne sono soddisfatti: proprio come in qualunque altra azienda. 2) E’ un dato oggettivo che la prima parte della stagione non sia stata completamente all’altezza delle aspettative. E quindi – adottando i “normali” criteri del nostro calcio – la sterzata del cambio dell’allenatore ci sta, a Parma come all’Inter. Poi, come sempre, sarà il tempo a dire se (come proprio in serie C accadde ad esempio con Ceresini/Maldini) la scelta sarà stata vincente.

Detto questo, però, ci sta anche qualche altra considerazione, che vorremmo dedicare soprattutto a quei tifosi che, con perfetto e tradizionalmente parmigiano voltafaccia, stanno da tempo sfogando sui social livore e ironie su Apolloni, su Minotti e sullo stesso Scala. Gente che (comunque la si pensi sull’oggi) dalla Parma del calcio merita e meriterà sempre e solo dei grazie, per averci fatto vivere momenti irripetibili. E anche per questa stessa nuova avventura.

Certo: in campo non ci va il passato. Anche se, personalmente, proprio il tracollo col Padova avrebbe dato alla società il dritto per un discorsino a staff e giocatori, un po’ come fece Berlusconi ai giocatori rossoneri scontenti (come i tifosi) di Sacchi dopo le prime sconfitte: “Lui resta – disse il presidente rossonero – e adesso tocca a voi fare vedere quello di cui siete capaci”. Ancona poteva essere così il vero spartiacque: per misurare definitivamente Apolloni e staff, ma anche per capire se qualche marpione stesse remando contro. Sacchi, dopo il discorsino della società ai giocatori, guidò il Milan a scudetti e Champions…

Non è andata così, e ormai indietro non si torna. Ma sicuramente questo non è “solo” un cambio di allenatore o “solo” un pur inedito e clamoroso cambio di staff. E’ un’occasione persa (per colpe di tutti, compresi noi tifosi), per non essere riusciti a portare fino in fondo l’avventura del calcio biologico, che non era solo uno slogan o un dettaglio come oggi pensano molti tifosi. Un “calcio biologico” che continuerà, ha detto ieri Marco Ferrari. Voglio credergli: ma nel panorama italiano nessun “coltivatore” era più adatto ad incarnarlo di Nevio Scala. Che (qualcuno non l’ha capito o non se ne è accorto) con le dimissioni di martedì per non staccare il suo destino e le sue responsabilità da quelli dei suoi ragazzi, ci ha dato l’ennesima lezione da applausi.

Anagramma crociato:

NEVIO SCALA = VIA NEL CAOS

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