antiviolenza

Ce la ricordiamo in tanti, quella Piazza bella e gremita – neppure un mese fa – per il proposito comune, uomini e donne, di combattere la violenza di genere, l’amore malato il rapporto possessivo. E’ passato pochissimo tempo, e sicuramente da quella iniziativa ne germoglieranno altre: ma intanto, come purtroppo era prevedibile, non è cambiato il mondo. E neppure Parma, come si deduce da questo racconto che ci ha fatto pervenire una studentessa universitaria, il cui intuito e il cui coraggio hanno forse evitato qualcosa di peggio. Ecco che cosa può accadere su un bus di linea, a Parma 2016: 

 

Dopo la lezione all’università sono salita sul solito bus 7 che mi portava a casa; stranamente mi sono seduta negli ultimi posti, quelli sempre più “infelici”. Nei posti in senso contrario alla marcia, proprio di fronte a me, noto quella che mi pare una coppia: un ragazzo giovane, sui vent’anni, di bell’aspetto, ordinato. Uno sbarbatello. La ragazza che gli siede al fianco, altrettanto giovane, è molto carina, fresca, vestita elegante. Li vedo parlare tranquillamente; poi lei, con la scusa di spostare la valigia, si alza e rimane in piedi di fianco al seggiolino. Lui allora le dice insistentemente di ritornare a sedere al suo fianco, aggiunge di voler usare il suo telefono, le chiede con chi parla. La ragazza rimane in piedi, ma continua a rispondere alle domande di lui; sorride vagamente come quando si è compiaciuti per un apprezzamento ricevuto.

Le domande di lui aumentano, le risposte di lei anche ma più scocciate. Comincio ad insospettirmi, capisco che lui la sta importunando pesantemente e decido di tenerli d’occhio. Osservo lui, che alterna momenti in cui la guarda con uno sguardo assatanato, come se stesse per saltarle addosso, a momenti in cui il suo sguardo si perde fuori dal finestrino. Noto atteggiamenti tipici di chi si è appena fatto un tiro di coca (per preparare lo stomaco al pranzo ovviamente), come il gesto di liberare il naso tirando su l’aria, per ridare sensibilità alle narici. Poi la sua attenzione ritorna a lei, e le chiede «*** *(a questo punto le informazioni ottenute da lei sono molte), dove scendi? [risposta] Ah si? . Allora scendo con te». Lo sguardo è ancora da invasato.

Lei a questo punto si rende conto che un limite è stato superato e la vedo sbiancare; cerca di sparire dentro al telefono che tiene in mano nervosamente.

Siamo quasi arrivati e allora decido che quella storia mi avrebbe riguardato.

Mi alzo e all’orecchio le chiedo se ha qualcuno che può venirla a prendere. Lei mi guarda come se fossi un’apparizione e, terrorizzata, mi dice di no. Decido che l’avrei accompagnata e, nel mentre, mi frappongo fisicamente fra lei e lui che, dimenticato il finestrino e non badando a me, cerca di accarezzare la ragazza chiedendole dove l’avrebbe portato di bello. A quel punto intervengo, mi volto verso di lui e dico «tu non so dove vai ma io e lei andiamo insieme». Lui mi nota è disturbato da me; non crede che io possa conoscere la ragazza e mi vede come un ostacolo. Ed ecco che parte l’insulto: «Ah sentiamo, cosa faresti con lei? Siete due lesbiche? Beh! Dimmelo! Dimmi dove andate». Con una voce grossa che non mi appartiene continuo a dirgli di non preoccuparsi dei nostri affari; innervosito sbotta: «Tu sei una di quelle che mi fanno incazzare. MI STAI PROPRIO FACENDO INCAZZARE». Il dito che mi punta contro mi sembra minaccioso almeno quanto le sue spalle sufficientemente muscolose. Qualcosa lo distrae e guido rapidamente la ragazza verso l’autista, creando una barriera per noi con gli altri passeggeri; dico velocemente quello che sta succedendo all’autista che frena e accosta. Mi chiede di indicare il ragazzo che nel frattempo, con aria di sfida, si è avvicinato, e per i successivi minuti lo affronta viso a viso, tenendoci separate dai suoi insulti e dalle sue accuse.

Il ragazzo è in una situazione di minoranza e quando l’autista apre le porte per farlo scendere, prende a camminare rapido in strada. Lo guardiamo tutti e non posso fare a meno di notare la somiglianza con uno scimmione.

Questa storia è finita bene, anche se con due ragazze molto spaventate. Ci sarebbero mille osservazioni da fare: chi direbbe «ah ma la ragazza era vestita provocante….così bella poi!» chi direbbe «ah ma dove erano tutti gli altri passeggeri? Perché nessuno ha agito?».

Eppure quello che a me sembra rilevante è altro. Ciò che mi preoccupa veramente è che una ragazza di vent’anni non abbia saputo riconoscere il limite PRIMA di averlo sorpassato. Perché ha dato tutte quelle informazioni a un ragazzo che la trovava bella? Perché, fino al punto limite che l’ha avviata alla paura, c’era in lei un certo sorriso “appagato”, quasi lusingato dalle attenzioni ricevute, proprio quel sorrisetto ingenuo e innocente, che ho osservato sin dall’inizio e che mi aveva fatto pensare che fossero amici?

A mio parere, se non insegniamo alle nostre giovani ragazze, alle future donne, ad amarsi da sole, a non rincorre banali lusinghe che mascherano beceri istinti puramente sessuali, a non essere così ”credulone”, ad autoapprezzarsi…beh, non credo si possa fare un vero cambiamento.

……………. (g.b.) – Non c’è bisogno di aggiungere parole a quelle del racconto. Certo, a guardare la storia al femminile è vero quello che è scritto qui sopra: spesso occorre un grado di difesa superiore. Ma è perfino ingiusto che si debba ragionare così: è l’approccio maschile che non può e non deve essere così.  E, soprattutto, deve sapersi fermare prima che l’amore lasci il posto alla violenza o anche solo a una minaccia. Sì, temo ci siano ancora tanta strada da fare, tante manifestazioni da inventare, tante piazze da riempire.