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Che cosa ci sta succedendo? Perchè tanto odio nella città che tanto amiamo e che tanto ha saputo amare? Perchè la capitale della Food Valley, dove il cibo non è solo prodotto d’azienda ma è anche pretesto di amicizia e di stare insieme, in questi mesi fa notizia nazionale come Blood Valley, dove le donne che dicono un no finiscono nel sangue?

Sono confuso e sconcertato: lo sono come uomo, come parmigiano, come giornalista, come marito, come padre. Lo sono come amico o collega di donne forti, fragili, innamorate, sole: semplicemente donne, le stesse che quando il 25 novembre abbiamo incrociato il loro corteo antiviolenza (chissà se c’era anche Arianna) con il nostro in via Cavour ci hanno regalato un meraviglioso sguardo che era insieme stupito (…) e felice, perchè per la prima volta eravamo insieme a loro. Che era poi la cosa più ovvia e banale che sarebbe dovuta avvenire da sempre. E invece faceva notizia, perchè sembrava che l’antiviolenza dovesse essere un corteo “da donne”: come se a picchiare e a uccidere non fosse invece un maschio.

Nella storia di Arianna e Paolo, nelle loro due tragedie (sì: sono due le tragedie, specie se pensiamo anche alla famiglia di lui. Dirlo non significa metterle sullo stesso livello, perchè Arianna è vittima innocente e Paolo no, ma se vogliamo capire e cambiare dobbiamo studiare tutte e due queste storie e provarne – seppur diversamente – dolore) tutto sembra chiaro, almeno nella successione dei fatti.

Ma sbaglieremmo se ci fermassimo a Paolo/Arianna, o a  Samuele/Gabriela o a Luigi/Elisa: e sono solo i nomi degli ultimi 4 mesi (!) ai quali va aggiunto quello innocente di Kelly. Sbaglieremmo, perchè questi tre parmigianissimi nomi (già: stavolta non ci possiamo scagliare contro “i soliti extracomunitari”…) ci dicono che il tarlo dell’odio è allora fra noi. Tutti noi siamo i “normali” parmigiani che un domani potrebbero colpire e di cui i vicini e gli amici direbbero “Non lo avrei mai pensato capace di una cosa simile”…?

Allora c’è un grande, grandissimo lavoro da fare tutti insieme. Dobbiamo innanzitutto togliere da noi ogni violenza: e ce n’è tanta, credetemi, più di quanto non si possa pensare se ad esempio non si frequentano le pagine di facebook. Dove basta una maglia sportiva diversa, o un’idea politica diversa, per far partire la scarica degli insulti, delle bestemmie, degli auguri di morte… Dove basta qualche grado sottozero, come in questi giorni, per leggere di rabbia e “disperazione”, come se a ridosso dei giorni della Merla non fosse consentito patire freddo, e come se nel frattempo avessimo già dimenticato chi – nell’Italia centrale – il maltempo e altre calamità lo hanno pagato anche con la vita. E questa è una cultura che purtroppo ci unisce, uomini e donne di Parma, e che trasfigura la città da sempre tollerante e piena di sorrisi ma oggi sempre più uguale al resto del mondo.

E poi, in più, c’è questa nuova e tragica incapacità di accettare l’idea del rispettare le donne. Parma dove è passato anche Petrarca, Parma che con l’amore è diventato perfino letteratura (si pensi solo a Bevilacqua), Parma che sapeva sorridere maliziosa perfino degli scandali (la scritta “Bubi, non tamareggiare”) oggi piange e fa piangere crudelmente.

Non è solo materia per Centro antiviolenza (un’attività fondamentale e da ammirare), nè solo per i nostri Maschi che si immischiano, che stanno riprendendo l’attività e che ora purtroppo si sentono ancor più motivati a farlo. E’ qui, prima ancora che nei colori di una giunta o nelle richieste di allontanare i clandestini, che tutta Parma deve tornare ad essere Parma: è nella ritrovata capacità di rispettarci, di aiutarci e di ascoltarci, che questa città deve ricreare la cultura che è sempre stata il nostro marchio e il nostro bello. Non è compito da politici, o non solo: è qualcosa che oggi dobbiamo chiederci tutti noi, perchè le donne tornino a sorriderci fiduciose come in quell’emozionante 25 novembre che oggi dev’essere il nostro comune e convinto punto di partenza.

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