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L’articolo che leggete qui sotto è stato scritto questa mattina, prima che nel pomeriggio arrivasse la buona notizia dell’intesa per proseguire l’attività di Repubblica Parma. Sono felicissimo che questo aspetto dell’articolo sia superato, ma tutte le altre considerazioni restano (purtroppo) ancora valide e attuali…

Mi fa un effetto strano, lo confesso, parlare di Repubblica Parma per appoggiarne – pur senza indugi –  la battaglia contro l’annunciata chiusura. Per 8 anni Repubblica Parma è stato il mio incubo quotidiano: mi ha tolto ore di vita e soprattutto di sonno, quando ho dovuto capire che solo conquistando fasce di ascolto alternative fin dal primissimo mattino avremmo potuto evitare in Gazzetta, forse non solo web, di essere spazzati via dal colosso web nazionale cui si aggiungeva l’intelligenza parmigiana di un collega amico (un caffè e un abbraccio ad ogni incontro ha comunque sempre sovrastato l’essere in due “squadre” diverse) come Antonio Mascolo.  Ma  da parmigiano e da giornalista che ama il suo lavoro ho sempre pensato che questa grandissima scomodità personale fosse comunque una cosa buona per la città e per il pluralismo delle voci dell’informazione: il caso Bonsu ne fu una immediata e clamorosa dimostrazione. E credo anzi che questa avventura parallela Repubblica-Gazzetta abbia alla fine incoraggiato la nascita di altre voci o la crescita qualitativa di altre già esistenti (penso al Parmadaily del “pioniere” Marsiletti).

Poi, proprio il recente congedo di Mascolo mi aveva fatto temere brutte notizie per i giovani colleghi della redazione parmigiana della testata di Calabresi. Ai quali ripeto che questo è il momento in cui – anche se tutto sembra più difficile perchè hai l’impressione di girare a vuoto – occorre provare a tirar fuori tutto quello che si ha, per provare a ricacciare indietro quella decisione. (Ps – E non pensate a ritirare le firme: questo è semmai il momento di dimostrare ancor meglio che dietro i numeri di un taglio ci sono persone e professionalità!).

Una decisione tutt’altro che singolare, nel triste panorama dell’informazione del terzo millennio. E la mia assoluta inattitudine a conti e bilanci mi dovrebbe sconsigliare qualunque giudizio sull’argomento specifico. Però non posso non notare che la Repubblica di Parma è alla fine un pezzo della Repubblica degli editori (e manager) senza coraggio.

Le crisi del giornalismo non sono di oggi, anche se gli effetti dell’accoppiata crisi economica + concorrenza web (gratuita) sono davvero inediti e micidiali. Però, proprio a Parma, non possiamo non ricordare quando la proprietà di una Gazzetta in crisi, negli anni ’50, ebbe il coraggio e l’intuizione di scommettere su un giovane, che poi diventò il più ammirato e invidiato direttore di provincia: Baldassarre Molossi. Nè io dimentico che negli anni ’80, quando anche Tv Parma sembrava a un passo dalla chiusura, si volle prima sperimentare la declinazione televisiva del gran fiuto di cronista di un certo Aldo Curti: che era negato per apparire in video, ma che da direttore si inventò una televisione davvero locale, simboleggiata da quella geniale idea delle commedie dialettali in tv che funziona ancor oggi dopo 35 anni. E che, ad esempio, non esitò un attimo a dire sì al giovane cronista che con un po’ di incoscienza gli proponeva una trasmissione tutta sua per trasferire in tv la “Vasca” dei parmigiani Under 20.

Generazioni con più qualità, ma soprattutto con più coraggio (anche rispetto a  noi giornalisti: sia chiaro). Gente che aveva visto la Guerra e la Ricostruzione, gente che sapeva ancora sognare, pur coi piedi saldamente e concretamente per terra. Mentre oggi si pensa che il futuro dei giornali sia solo o quasi solo nei tagli, nella riduzione dei costi: potature che apparentemente salvano qualche bilancio, ma che intanto recidono anche il sogno, senza il quale nessuna impresa (e tanto meno una impresa giornalistica) può sopravvivere a lungo.

Ecco, quando mi chiedono del futuro del giornalismo non è la crisi o l’invadenza del web a preoccuparmi (o non solo..), quanto soprattutto la filosofia che premia i tagli e non i ricavi attraverso le idee. Una filosofia che per prima, e molto meglio del goffo Di Maio, sembra dire al lettore: fai pure a meno di noi, perchè siamo solo rami per le forbici del primo “giardiniere” – incentivato – che passa. Come se chiudere a Parma non fosse anche mutilarsi a Roma o a Milano…