parmigianità 2017 a

Me lo sento ripetere sempre più spesso: “Parma non è più Parma!”. E anche la bellissima trasmissione amarcord di Tv Parma (“Sembra ieri”) ha dato la stura alle nostalgie di tanti parmigiani: a volte anche nostalgie strane, se ci si mette a rimpiangere la Piazza della Pace ridotta a parcheggio di auto (“Sempre meglio – mi dice per strada qualcuno – delle risse e dello spaccio di oggi”). Ma la nostalgia, si sa, è una bestia subdola…

Fa scambiare per belle anche le cose che belle non erano, ma che ci sembrano tali perchè di bello ci ricordano i nostri anni di allora. Piazza della Pace, per restare al nostro esempio, faceva discutere e scandalizzare allora non meno di oggi, anche per l’oltraggio al monumento del povero Giusepper Verdi ridotto a posteggiatore. Anzi, proprio quel piazzale e quel monumento degradato furono copertina e simbolo del libro “Parma una città senza amore” con cui Italia Nostra, e la Gazzetta che subito amplificò quella denuncia, incalzò i governanti di allora. (Già: le critiche dei media ai sindaci non sono nate nel 2012…).

Ieri pomeriggio mi sono trovato davanti la scena che vedete nella foto: un selfie multietnico con uno sfondo parmigianissimo: la Piazza con il Palazzo del Governatore. Ma la Parma multicolore, di cui qualcuno parla come un evento futuro o ancora incerto, la vedo ogni giorno sui bus: può piacere o no, ma è già così.

E allora, pensando alle elezioni ma anche molto oltre le urne,  davanti a quel selfie e in quei bus mi chiedo che cosa sia oggi la “parmigianità”, e che cosa potrà essere nel nostro futuro. Quando feci la stessa domanda all’allora presidente della Famija pranzana (un raffinato studioso come Fulvio Ferrari) all’indomani del tragico delitto del Federale, lui mi parlò di bontà, amicizia, pacificità, tolleranza, aiuto per chi soffre… Ma chi oggi parla di parmigianità come qualcosa da insegnare ai nuovi cittadini che cosa intende? Certo: per molti versi Parma è ancora civile, tollerante, sorridente (anche se lo siamo assai meno di una volta). Però ad esempio siamo anche la capitale delle bancarotte e dei femminicidi, noi che pure (e giustamente) ci scagliamo contro certe medievali usanze di altre culture proprio verso le donne…

Ci sono a Parma tanti genitori preoccupati per i possibili ritardi nella tabella di marcia dell’apprendimento di figli che si trovano alle elementari con compagni originari di altri Paesi e quindi in difficoltà anche solo con la lingua italiana. Ma sto leggendo proprio in questi giorni (e domani lo presenteremo a Voltapagina) il libro-inchiesta di Benedetta Tobagi in giro per le scuole d’Italia: e ne emerge che laddove si riesce a  creare inclusione si ottengono i migliori risultati educativi. Per tutti. Anche perchè lo scambio di culture diventa reciproco e più coinvolgente.

Certo, questo non significa che non vi siano problemi, anche grossi (le baby gang di via Mazzini, ad esempio, possono essere il prologo alle bande di Latinos che imperversano in altre città?). E se i dati della demografia continueranno a parlare di culle parmigiane vuote e nuovi arrivi, avremo un giorno una città di prevalente islamizzazione o di minoranza autoctona? Fatta la tara a razzisti e xenofobi, la domanda ci sta.

E allora sarebbe importante che gli aspiranti sindaci (ma anche intellettuali, associazioni ecc.) si confrontassero anche su questo punto. E’ possibile un “Manifesto” della parmigianità con cui spiegare a chi arriva – ma forse anche per ripassare noi stessi – su quali valori e su quali esempi si sia fondato il buon vivere dei decenni scorsi e si possa costruire un buon vivere nel terzo millennio? Mi chiedo infatti che cos’è Parma per i ragazzi del selfie o per i loro genitori? Quanto sanno della nostra storia (e quanto ne sappiamo noi…)? Una Parmigianità che ovviamente non escluda ma che anzi si apra al contributo di chi a sua volta ha altre Storie da raccontare, sicuramente con altre cose da imparare per noi.

Da dove cominciare? Su questo non ho dubbi, perchè c’è una storia che forse varrebbe da sola come manifesto intero. E’ la storia del personaggio più amato di Parma: quello che più di ogni altro seppe mettere insieme i gesti di bontà privata e le azioni per il bene collettivo, chi conquistò Parma arrivando da un altro Paese (extracomunitario anche se vicino), che seppe parlare contemporaneamente ai poveri o ai carcerati e agli imprenditori: toccando il cuore agli uni e agli altri. Finchè, proprio davanti alla casa di un imprenditore che fu sempre al suo fianco, fu il suo cuore generoso a cedere.     (segue…)

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