Per ultima c’è la splendida, seppur dolorosa, storia di “Principessa”, nata altrove in famiglia aristocratica e oggi immigrata-artista in Italia. Regala all’autrice del libro-inchiesta, Benedetta Tobagi, una rosa di seta da lei confezionata. E qui è difficile non pensare alla rosa di carta che Benedetta, alla fine del suo primo libro, deponeva con una commovente lettera sulla tomba del papà ucciso dai terroristi. 

Non ne abbiamo parlato, ieri alla presentazione alla sempre fertilissima libreria Voltapagina. Non ne abbiamo parlato perchè era giusto concentrarsi sullo straordinario lavoro di Benedetta, che in un giro d’Italia a tappe forzate ha saputo raccontare “le classi senza confini”, splendido sottotitolo del libro “La scuola salvata dai bambini”.

Un viaggio in un Paese che si chiede se diventare o no multitenico senza capire che ormai lo è già da tempo. E che anzichè parlare ancora e semplicemente di “emergenza”o “problema”dovrebbe capire che il nuovo mondo è già qui (il viaggio parte dalla notizia a Brescia di una classe di soli bambini stranieri) e che semmai occorre andare a vedere da vicino, per capire quanto siano sbagliati tanti nostri pregiudizi.

Ad esempio, da Milano a Palermo emerge che la prassi educativa che offre i migliori risultati è quella inclusiva, cioè quella che mette insieme italiani e stranieri, contrariamente ai timori di tanti di noi genitori secondo cui un figlio in una classe con tanti stranieri avrebbe un apprendimento più lento. Certo, e qui sta il tesoro contenuto nel libro, occorre però che la didattica sappia adattarsi alla nuova situazione, sappia cogliere la ricchezza che può esserci nel racconto di esperienze e di culture diverse, e nelle stesse lingue d’origine.

Per farlo, ci sono maestre e dirigenti meravigliosi, che dopo decenni hanno saputo mettere in discussione sè stessi e le loro tecniche tradizionali. E allora c’è chi ha costruito l’integrazione proponendo alla classe dei canti in…finlandese (e davanti alle difficoltà di una lingua sconosciuta a tutti, i bambini italiani non ridono più delle difficoltà dei nuovi arrivati con la nostra lingua); c’è chi ha valorizzato lo sport: non il calcio ma il cricket, e allora qui è chi arriva da lontano a poter insegnare; ci sono alcune esperienze che qui potremmo definire “tommasiniane”, come la collaborazione bambini/anziani o il ruolo socializzante degli orti…

Ma ovviamente i problemi non mancano, e Benedetta nel suo libro-inchiesta non li nasconde: il taglio dei fondi, la compresenza fra insegnanti sempre più ridotta, e soprattutto la mancanza di un vero modello di accoglienza nel quale inserirsi. Qui bisogna improvvisare e aguzzare l’ingegno, anche sapendo che lo Stato valorizza poco questo fondamentale mestiere che è l’insegnare nelle scuole.

Alla fine del libro, che è assolutamente da leggere e che dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole e in tanti ministeri, ovviamente restano tanti punti interrogativi su presente e futuro. Però si hanno anche tante conferme della italica ( e molto spesso femminile) capacità di inventare e reinventarsi, nel nome della solidarietà. Ed ecco perchè alla fine, ma solo alla fine, ho avuto il coraggio di dire a Benedetta che lei deve sentirsi orgogliosa di questo libro-inchiesta (che meriterebbe una “versione” parmigiana da parte di qualche giovane collega in attesa di impiego e disposto a “consumare la suola delle scarpe”), ma che da qualche parte sicuramente c’è anche un papà orgoglioso di questo libro e di chi l’ha scritto.