tommasini

Non vado da tempo al “Castello dei Diritti”, ma spero ci sia ancora il cartello che ne indicava la direzione. Perchè quel Castello che non c’è (o che ha cambiato volto: lascio verificare lo spunto ai miei colleghi ancora in servizio) è in fondo uno splendido monumento all’Utopia, che in un certo senso fa il paio con la lapide  che – in borgo Giordani – ricorda il primo convegno amoroso tra Fabrizio e Clelia nella Certosa di Stendhal, ovvero un fatto immaginario e di letteratura. Ecco: Mario Tommasini, che se ne andò proprio un 18 aprile,

è il politico parmigiano che più di ogni altro ha incarnato il senso dell’utopia e del sogno.

Nel bene e nel male. Perchè, come già ricordavo a proposito del Castello dei Diritti, non tutto si è poi incardinato in realtà concrete e funzionanti. Ma questo lo sapeva anche Mario, come si faceva chiamare da tutti: lo sapeva e lo ammetteva, così come giustamente reclamava le cose – a volte davvero rivoluzionarie – che aveva invece condotto in porto. Dalla liberazione dai manicomi (Colorno) a quella dai brefotrofi, da certe innovazioni nel settore degli anziani al percorso che tenne fuori dal carcere i cinque ragazzi accusati di avere ucciso un loro coetaneo.

“Eretico per amore”, come nel titolo del bel libro di Bruno Rossi da cui è tratta la foto, ma anche “traditore” per chi attribuì alla sua defezione, con lista autonoma, nelle elezioni del 1998 che decretarono la sconfitta di Lavagetto e di quella sinistra da quel giorno fuori dal Municipio.

Ecco: proprio in periodo elettorale questo anniversario della morte di Tommasini fa pensare a quanta carica ideale e quanto spirito innovativo la politica di Parma abbia perso. Ed ecco perchè è importante ricordarlo, questo politico atipico: con le sue idee e anche con i suoi errori. Ma resta indelebile, proprio come il fotogramma di un’epoca forse irripetibile, quello scatto che documentò negli anni ’70 la sorprendente scelta di Enrico Berlinguer, che nel passare da Parma scelse di fermarsi non nella sede-bunker ufficiale di via Pellico ma volle invece visitare la Fattoria di Vigheffio: una delle intuizioni (che ancora vive) nata dalle utopie di Mario, quando la politica sapeva sognare.