marodolo interno tagliato

Non era stato un colpo di fulmine. Anzi, la prima impressione era quella di un vicoletto stretto, buio, un po’ opprimente. 

Mi ci è voluto un po’ di tempo per innamorarmi di borgo Marodolo. Per afferrare, dopo 11 anni di qua dall’acqua, il fascino dell’Oltretorrente e appunto di quel piccolo borgo: l’osteria di Picelli ritrovo anche di ferragosto alternato al bar del loggione al Regio, la bottega di Mario il meccanico con le foto di Verdi, come c’erano le foto di Verdi nella “dogana” dei barbieri Lepori dietro l’angolo di via D’Azeglio. Il melodramma come popolare enciclopedia dei sentimenti (“Pianse ed amò per tutti”) per gente solida e capace di metterci sempre il cuore, a due passi dalla chiesa che fu di Padre Lino

L’ho già raccontato mille volte di chi, interpellato da un passante che chiedeva dove era una strada, non sapendo rispondergli volle aggiungere: “Però so dov’è via …” e disse il nome di un’altra strada come a sottolineare: quella che chiede lei non la so, ma se posso esserle utile comunque… E mi sembrò, nella sua semplicità condita da un sorriso, una risposta straordinaria, rispetto al fastidio con cui tante volte ci capita di rispondere oggi.

Mi sembrava bello e giusto che proprio lì avesse trovato casa la solidarietà di Forum, la splendida realtà del volontariato ora traslocata in zona Corpus Domini. E che a due passi dal borgo, passando sotto la targa del poeta dialettale Galaverna, ci fosse la burbera ma accogliente tavola di Aldo “al màt” ( “C’è posto per mangiare per due persone?” gli vidi chiedere da una coppia timorosa. E lui, serio: “Sì: a Langhiràn!”, prima di scoppiare in una risata e fare accomodare i due sconcertati clienti).

Ho capito soprattutto in questi mesi quanto il piccolissimo borgo buio sappia in realtà accogliere ed esaltare la luce del sole, quando questa si fa strada nell’ombra del vicolo e ne illumina alcune fette di case mentre in quei pochi metri si incrociano i volti della superstite parmigianità schietta e quelli della nuova e ormai assodata multietnìa: chi testimone di integrazione compiuta, chi diffidente o sfuggente. E certe mattine la puzza e le macchie sui muri raccontano quanto si diffondano il degrado e l’inciviltà: che non sempre, sia chiaro, hanno un solo colore…

E’ un borgo metafora della trasformazione della città: con tutti gli interrogativi, ma anche con le opportunità, che questo comporta. E’ un borgo che entra nel cuore poco alla volta. E’ un borgo che è tanto, tanto difficile lasciare, come certe case che più si svuotano e più si riempiono: di ricordi con un sapore dolce e avvolti dal fascino inimitabile del nostro Oltretorrente.