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No, tranquilli: nessun nuovo sondaggio (non mi fido dei sondaggi dopo l’esperienza del 2012) e men che meno previsioni. Devo anche dire che sono stato bruciato sul tempo ieri da Massimo Bussandri e dalla lettera aperta della Cgil. Ma dopo aver letto diversi commenti su facebook 

credo che la questione non vada lasciata cadere.

I “perdenti” di cui parlo non sono gli 8 candidati che non troveranno posto al ballottaggio (vittorie al primo turno non me le aspetto), ma sono almeno 50mila.  Per la precisione furono 50.398 cinque anni fa: il triplo degli elettori al primo turno di Federico Pizzarotti.

Sono “quelli che io non voto”: un enorme e atipico partito in continua crescita. Un fenomeno oggi condiviso a livello mondiale e quindi liquidato come “fisiologico”. Ma forse anche con qualche connotato squisitamente parmigiano, ad ascoltare i commenti un po’ da puzza sotto il naso con cui sento liquidare questo o quel candidato. Ovviamente è legittima ogni critica, per il sindaco uscente e per i suoi dieci sfidanti. Ma proprio un pacchetto così variegato di candidature (dall’estrema destra di Casapound a due candidati comunisti) rendono un po’ fragile la spiegazione che non ci sia nessuna proposta in cui riconoscersi.

Altri dicono che il voto è inutile poichè le leve del potere fanno capo all’economia. Che in parte è vero: ma la storia di ci insegna che un sindaco, nel bene o nel male, ha comunque la possibilità di incidere. E poi, ripeto pur nella varietà delle posizioni che si assommano nel non-voto, sprecare così il potenziale di 50mila o più voti è difficile da comprendere. Anche perchè non dovremmo mai dimenticare quanta fatica e quale tributo ci siano stati dietro la ri-conquista dello strumento del voto (e mentre scrivo queste righe leggo sul web di un Iran dove il parlamento è assalito con le armi).

Ecco perchè il numero dei primi sconfitti delle elezioni lo conosceremo quasi subito, nella serata delle elezioni: saranno quelle decine di migliaia di parmigiani che, per pigrizia-menefreghismo-snobismo, avranno scelto di non scegliere.  Salvo essere poi pronti per 5 anni a lamentarsi e a spiegare come si dovrebbe amministrare una città: un po’ come i proverbiali “umarell” bolognesi che sorvegliano i cantieri e criticano chi ci lavora.