Peppone-e-don-Camillo

Tale la bravura, di quei due, da farci pensare che la magìa di Don Camillo e Peppone è per noi qualcosa di acquisito, grazie ai loro splendidi e spesso fedelissimi film. Ma l’emozione e l’umanità della pagina scritta sono qualcosa d’altro, di più delle pur splendide pellicole con Fernandel e Gino Cervi. Leggere finalmente quel Guareschi 

noto in tutto il mondo, leggere la semplicità geniale di quei racconti e di quel Mondo Piccolo eppure universale è un’esperienza bellissima, a  tratti commovente.

Lo scrittore “mai nato” come stupidamente scrisse l’Unità e con un vocabolario di 200 parole come lui stesso diceva è capace di dipingere situazioni e dialoghi di una umanità rarissima da incontrare. Sarà a volte ingenuo, forse a sua volta con qualche “zum-pa-pa” come si imputò al suo conterraneo Giuseppe Verdi: ma proprio come lui, Guareschi sa poi levare delle immortali sindonie di carta che non potevano non conquistare lettori di ogni latitudine. Come il racconto della “Maestra vecchia” che vuole compiere l’ultimo viaggio con la sua bandiera dell’Italia monarchica: e lo farà, grazie a quei due.

E nel vedere come, pur mettendo a volte in ridicolo i “trinariciuti” rossi, il “reazionario” Guareschi sa esaltare le sintesi e le complicità affettuose fra sindaco e parroco,  vien da dire – mentre l’occhio cade sul telefonino da cui gronda l’aridità aggressiva di tanti commenti su facebook – che la lezione apparentemente datata di Don Camillo e Peppone è invece più viva e più necessaria che mai.

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