susanna cavalli e pier francesco

Appena ho letto la notizia ho pensato a papà Enzo. A quell’uomo mite, buono eppure disperato: a quella volta in cui, nella casa di Gaiano, mi disse sconsolato: “C’è solo la voglia di dare la testa contro il muro”. Sì, perchè tutto ti puoi aspettare dalla vita, ma non 

che nei giorni del Natale qualcuno scelga di posare una bomba sul treno della gente semplice: quella che sogna le Feste e magari sogna anche l’Amore. Come era per Susanna Cavalli, la figlia di Enzo, e del suo fidanzatino Pier Francesco Leoni.

La bomba del treno di Natale fece una strage: l’ennesima della storia del nostro spesso disgraziato Paese. Quella bomba è del 1984: e 33 anni non sono ancora bastati a fissare i nomi di tutti i colpevoli e dei mandanti. Sotto processo, perchè accusato di avere deciso quella bomba vigliacca, c’è Totò Riina: sì, proprio quello che alcuni vorrebbero a casa per le sue condizioni di salute, quello che brindò a Capaci e a via D’Amelio e a mille nefandezze.

33 anni non sono bastati. Ed ora questo Stato incapace, e spesso colluso con alcuni suoi uomini con chi le stragi ha voluto, sancisce che il processo (l’ennesimo) deve ricominciare da capo perchè un giudice va in pensione.  E non c’è un ministro della Giustizia o un presidente del Consiglio o un segretario di partito di maggioranza che chieda scusa. E non c’è un partito o un leader “duro e puro”, di quelli che sono scesi in strada per una rissa su un bus dai contorni ancora incerti, che torni in strada oggi, per questo scandalo vero. E non ci sono i tanti scandalizzati da tastiera che per il reato di un immigrato tirano in ballo dalla Boldrini a mezza classe politica (mezza: perchè continuiamo a pensare che l’altra mezza è quella che salverà l’Italia).  E non c’è il nuovo che avanza a 5 stelle: il blog grillino dedica ampio e giusto spazio alla  vicenda Regeni, ma spazio non ne ha altrettanto per i morti del treno di Natale.

E io penso a che cosa direbbe papà Enzo. E che cosa potremmo dire noi a lui. E a Susanna e Pier Francesco. 33 anni dopo, in questo Paese che si infiamma ma che non ha memoria: e che non vede i problemi che si porta dietro da molto prima che iniziassero gli sbarchi che ora “minacciano la nostra identità”.  L’identità del Paese di Totò Riina.