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Ieri sera ero in una chiesa insieme a tante persone, con la nostalgia e il rimpianto ma anche con la gioia dell’amicizia per Gian Franco Bellè, un anno dopo. E questa mattina sulla Gazzetta ho visto un altro bel sorriso che si è spento: quello di Gianni Ferrari, Gianni di Pepèn. La sensazione è che, accanto a singole persone che abbiamo ammirato per le loro qualità, noi parmigiani stiamo perdendo con loro anche tanti pezzi di sorriso: quel sorriso che per decenni è stato una caratteristica di Parma, sottintesa rispetto a gastronomia o monumenti (e a qualche stereotipo…) ma non meno importante per chi veniva qui in visita. 

La città che ogni giorno vedo rispecchiarsi nel web, ma anche girando per le sue strade, è sempre più una città arida come il suo torrente in questa estate. Una città incattivita, certamente con alcuni motivi per essere esasperata (almeno in certe zone) ma inspiegabilmente incapace di affrontare serenamente e con la tradizionale positività i suoi problemi. Che sicuramente sono problemi concreti, e accresciuti dai lunghi anni di una crisi economica con la quale anche Parma sta ancora facendo i conti: Solveko e CGR sono le ennesime due vertenze, di cui si sta parlando proprio in questi giorni.

Ma se crisi, ordine pubblico e gestione di una immigrazione massiccia che sta in parte cambiando la nostra identità sono questioni pressanti e che condizionano le persone, è altrettanto vero che solo una Parma “vera” e non quella dei contrapposti insulti da tastiera può affrontarle in modo vincente. Come seppero fare i parmigiani che riemersero dai lutti e dalle macerie della guerra: difficoltà ben più gravi dei pusher o dei clandestini di cui tanto, e a volte legittimamente, ci preoccupiamo.

Ci sono storie di “quella” Parma che hanno tantissimo da insegnarci e che si realizzarono con impegno, umiltà e appunto sorrisi, arrivando ai vertici dei rispettivi settori: penso alle sorelle Fontana, alla piccola trattoria dei Cantarelli che divenne meta dei gourmet di tutta Italia, e penso al dopoguerra in cui Giovannino Guareschi, dal buio del lager che lo vide prigioniero, riemerse con la luce di un Diario clandestino o di quel suo meraviglioso e immortale Don Camillo che forse noi parmigiani del terzo millennio dovremmo rileggere e studiare.  Per poi proseguire con tante storie semplici di vite spese anche per gli altri (penso a due persone come Felice e la Lidia che ogni domenica regalavano sorrisi nelle strutture degli anziani con il loro Cor Pramzàn).

Oggi è giusto che si chieda severità, a chi di dovere, per tutte le situazioni che stanno scappando di mano. La zona Stazione ne è il simbolo, ma l’altra sera è stato anche il simbolo di quelle contrapposizioni a muso duro che fanno colpo, magari fanno voti (da una parte o dall’altra in questo caso non mi importa), ma alla fine non risolvono i problemi o addirittura ne creano altri.

Sì, ci sono tante sfide che ci coinvolgono. Ma forse, ripensando ancora al piacere che si provava incontrando Gian Franco o Gino, la prima sfida di Parma 2017 è ritrovare il suo sorriso. Che non è solo una banalità retorica, ma la prima arma di una città come la nostra per tornare sè stessa e per risolvere i suoi problemi.

(1 – Segue…)