C’è Papa Wojtyla e c’è il Màt Sicuri, che nel bianconero circondato dai piccioni sembra dipinto. Ci sono le Miss e c’è Madre Teresa. C’è la cena dei becchini dove lo mandò il sindaco Grossi: e in quel gruppo dedito ad un lavoro così particolare c’è una immagine di parmigianità seria e sorridente allo stesso tempo che, anche per il fascino del bianconero, non si può non rimpiangere. 

“Dalla mia pila di foto…” scrive sempre Giovanni Ferraguti. E allora gli ho chiesto di vederla, quella “pila” che ogni giorno regala ai lettori di facebook fotogrammi di una città che spesso non c’è più. Che a volte si fa perfino fatica a credere sia esistita: come gli elefanti al primo piano dell’ospizio Romanini grazie al circo Orfei.

Era una città migliore? Non sempre. C’è il lenzuolo bianco che sull’asfalto di viale Tanara copre la tragedia di Mariano Lupo, c’è il delitto Mazza (con l’enigmatico sorriso di Katharina che esce dal vecchio carcere di San Francesco), c’è il delitto del guardone di Alberi di Vigatto (chi se lo ricorda?)…

C’è il ’68 con l’occupazione del Duomo, c’è la “scandalosa” Tamara Baroni degli anni ’70 e c’è l’innocente cordata dei bambini dell’asilo che attraversano la strada (foto premio Agfa): uno scatto stupendo che vedete nel collage qui sopra.

Provocò irrigidimenti e battutine, Giovanni, quando decise di dare l’esame da giornalista diventando così ufficialmente fotoreporter. Sì, perchè anche nella squadra Gazzetta di Baldassarre Molossi non è che mancassero antipatie e invidie: ma c’era appunto un incredibile senso di squadra. E anche chi magari vantava una penna più raffinata di quella di Giovanni, sotto sotto sapeva che quel fotoreporter perennemente in giro per la città e conosciuto da tutti  (come si vide in un bel servizio di Paolo Grossi per Tv Parma) era fondamentale per il successo del giornale. Ed era a volte più giornalista dei giornalisti: “quando scrive lei si capisce tutto” gli disse un giorno un lettore con un complimento niente affatto banale.

Quell’istinto per la notizia fotografata al volo (mi viene il paragone con il fiuto del gol di un Inzaghi) lo si vede ancor oggi sui social, come quando alla notizia della morte del cigno del parco Ducale Ferraguti fa seguire lo scatto preso al volo di un cigno gonfiabile rosa che qualcuno ha buttato nel laghetto, quasi come un omaggio. Ma soprattutto in quelle stampe in bianconero c’è la storia della città. Ed è per questo che spero che editori, Comune, istituzioni (lo Csac?) non sottovalutino questo straordinario patrimonio della memoria, che fa il paio con quello dell’amico-nemico Romano Rosati e con quello degli altri che hanno raccontato la città da dietro l’obiettivo. Libri, mostre, contenitori dedicati e permanenti:  credo che i parmigiani farebbero la fila. E penso che tanti giovani aspiranti giornalisti o fotografi avrebbero da imparare come davvero si serve la cronaca di una città. E, soprattutto, credo che ripassare la nostra storia ci aiuterebbe a far crescere meglio la città degli anni Duemila.

Nell’attesa, continueremo a gustarci questo dolce distillato. Dalla sua pila, di foto e di ricordi.