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Quel viso ad angoli, quel “bazlòn” (il mento prolungato), quei sandali che sembrano non voler mai toccar terra nel loro correre per la città. Già solo a vederlo in monumento, alla Villetta circondato anche in questi giorni dai fiori o in piazzale Inzani  nel suo Oltretorrente, Padre Lino vive.  

Vive nella forza magnetica di quello sguardo che, anche solo scolpito, sembra tramandare a noi parmigiani (e non solo, se papa Paolo VI lo citò come esempio a una delegazione di Francescani) la più bella e forse la più scomoda storia di questa città. Storia di carità senza sosta, fino all’ultima fatale davanti a casa Barilla dopo aver perorato un’ultima causa, ma anche storia a volte fuori dalle regole anche del suo stesso convento. E fuori soprattutto dai nostri egoismi di allora e di oggi.

E’ una storia che noi parmigiani non dovremmo solo onorare nell’esteriorità pur sincera dei fiori e dei lumini della Villetta: la dovremmo ogni giorno far nostra, nella sua meravigliosa anomalia.  E innanzitutto studiarla davvero:

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Tornando a casa dalla Villetta ho preso in mano un libro un po’ particolare. “Padre Lino /Fortemente indiziato di santità”, edizioni Ancora, è del 2004: c’è una intensa chiacchierata telefonica con il cardinale Ersilio Tonini e poi, nel modo e con la penna inimitabili di Giorgio Torelli, ci sono tanti piccoli affreschi sulla carta che regalano tanti attimi di una storia capace di conquistare il lettore, con le parole di Giorgio e con la grafica di Michele Torelli.

Una carrellata che spiazza e conquista. I mozziconi di sigaro che il frate fumava, come raccontò anche la poesia di Pezzani, le lacrime di 30mila ai funerali compresi i detenuti che uscirono dal carcere per l’ultimo saluto senza che a nessuno venisse in mente di approfittarne per fuggire, il frate che entra in una casa di tolleranza per chiedere a “quelle” donne di far da madri per una notte al neonato di una detenuta, la testimonianza al processo di Lucca decisiva per fare assolvere i 60 arrestati dopo scioperi e moti socialisti ma anche l’ergersi davanti all’Annunciata che qualche testa più calda voleva incendiare, il rapporto difficile fino allo “sfratto” con i confratelli che lo scoprivano a rubare nella dispensa per sfamare i poveri della città, le ore in carcere al fianco dei detenuti fino a quel piccolo bimbo da nascondere sotto al tabarro per eludere i controlli delle guardie e mostrarlo al padre galeotto che non l’aveva mai visto….

Alpinolo Ildebrando Umberto Mopà, come si sarebbe dovuto pronunciare il nome intero più il cognome di origine francese Maupas (anche se lui era di Spalato), seppe sciogliersi in quel più semplice Padre Lino: il frate “bazlòn” che anche solo da statua ci guarda, ci conforta e ci rende orgogliosi. E che forse, però, noi parmigiani del Duemila dovremmo cercare un po’ di imitare…

(Ps – La storia di Lino Maupas è di per sè straordinaria. Ma quel libro con i sandali in copertina usciva da una casa di Oltretorrente oggi vuota, a pochi metri dall’Annunciata di padre Lino, dove c’era chi con gioia leggeva i libri a firma parmigiana: Bevilacqua, Goldoni e soprattutto Torelli. E così la sua lettura oggi mi ha regalato una ulteriore e speciale emozione in più)