sessantotto parma corteo foto CSM

Valle Giulia era già passata da quasi un mese, con gli scontri all’Università di Roma e la celebre poesia di Pasolini (“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti,  /
io simpatizzavo coi poliziotti”); il Maggio francese era ancora lontano e ancor più lo era l’evento che avrebbe caratterizzato nel modo più clamoroso il Sessantotto di Parma: l’occupazione della Cattedrale che avvenne in settembre.  Esattamente 50 anni fa, tra il 24 ed il 25 marzo, scattò invece il “Marzo parmigiano”, con la decisione e poi l’attuazione della prima occupazione dell’Università, istituzione al centro della protesta dei giovani che avrebbe contagiato mezzo mondo e sarebbe passata alla storia come “Il Sessantotto”. A mezzo secolo di distanza, abbiamo contattato uno dei protagonisti di quei giorni: Roberto Taverna, che allora venne indicato come il leader del Movimento parmigiano e che da anni vive lontano da Parma. Ecco il testo della nostra “chiacchierata” a distanza: un’intervista realizzata via mail e che credo contenga tanti spunti interessanti per ricostruire il clima di quei giorni. E, se posso aggiungerlo, credo che contenga soprattutto nelle parole finali una passione ed un senso di aspirazione che, comunque la si pensi su quell’epoca, dovrebbe forse contagiare tanti giovani e tanti adulti del terzo millennio: 

  • – So bene che una delle interviste più sgradite, e per questo più difficili da realizzare, è quella ai “reduci” di qualcosa. Ma credo anche che questo 2018 ci porti tante ricorrenze importanti, e da condividere con le giovani generazioni che troppo poco conoscono dell’Italia in cui sono nati: così, provo ad invadere a distanza la privacy romana di Roberto Taverna, il cui nome comparve spesso (e non propriamente in termini elogiativi…) nelle cronache della Gazzetta che 50 anni fa raccontarono il Sessantotto di Parma.  Ma prima di parlare di questo, mi piacerebbe che Roberto mi spiegasse se per lui ha un senso rievocare a mezzo secolo di distanza quel Sessantotto. E come lo racconterebbe ai suoi coetanei di oggi, che di quel ’68 forse conoscono poco o nulla.
  • Sono trascorsi 50 anni da quegli avvenimenti e credo che i giovani di oggi li vedano e li sentano molto lontani da loro. Il 68 non riguardò solo l’Italia, ma fu un movimento che caratterizzò quel periodo storico in Europa, negli Stati Uniti e anche in alcuni Paesi dell’Europa Orientale. Fu ovunque un Movimento di massa che coinvolse migliaia e migliaia di giovani. Per capire perché il 68 fu così esteso è necessario a mio avviso ritrovare le ragioni nei fatti che sul piano internazionale hanno costruito le coscienze di quelle generazioni. Prima fra tutte la lunga e tremenda guerra di Liberazione del Popolo Vietnamita. Per anni, ogni giorno, abbiamo dovuto leggere e vivere lo strazio di quel Popolo eroico impegnato in una battaglia che nessuno avrebbe pensato potesse risultare vittoriosa. Ma quelle generazioni, a guardar bene, osavano mettere in dubbio gli equilibri usciti dalla seconda Guerra Mondiale, che se da un lato avevano garantito un indubbio e prolungato periodo di Pace, dall’altro costituivano una gabbia nella quale ogni Paese era costretto. A queste ragioni si aggiunsero le condizioni specifiche di ciascun Paese e di ogni singola realtà locale. Credo che questo sia tanto più vero per Parma che accanto ai motivi di carattere generale si distinse per alcuni tratti del tutto specifici.
  • Oggi la situazione internazionale non è migliore di allora, anzi per molti versi la ferocia degli avvenimenti di oggi sembra essere addirittura superiore. Non credo di essere disattento se dico che sento molto flebile la rivolta etica e politica dei giovani di oggi.
  •  –  Mi corregga se sbaglio. Sul fronte universitario Parma visse una storia non molto dissimile da quella di altre città: qualche occupazione, la richiesta di un rinnovamento negli insegnamenti e nella stessa struttura universitaria, alcuni momenti di tensione con le forze dell’ordine e con gli esponenti della destra… Ma forse le caratteristiche più specifiche del Sessantotto parmigiano furono la forza del dissenso cattolico (che in settembre sfociò nella clamorosa occupazione del Duomo) e il primo annodarsi con le vertenze operaie, con il caso Salamini che fu un po’ il prologo di quello che nel 1969 sarebbe stato in Italia “l’Autunno caldo”. Lei come vide questo intrecciarsi, dal suo osservatorio del Movimento studentesco di cui era un riconosciuto “leader”.
  • Sul piano degli ideali complessivi il Movimento di Parma non fu dissimile dai Movimenti di altre Città d’Italia e del Mondo.
  • Accanto a questi motivi però io credo che vi siano stati alcuni elementi che caratterizzarono il 68 di Parma. In estrema sintesi direi che essi furono:
  • a) ebbe inizio con ritardo rispetto a quasi tutti gli altri
  • b) suscitò la simpatia e l’appoggio di gran parte della Città e soprattutto dei Lavoratori e delle loro Organizzazioni ( Partiti della Sinistra: PCI – PSI – PSIUP – PRI – Camera del Lavoro – Lega delle Cooperative – Amministrazioni del Comune e della Provincia). Più articolato il rapporto con le altre forze politiche: in tutte, nessuna esclusa, nemmeno a destra, si svolse una discussione che divise quelle forze e in ciascuna vi fu chi appoggiò il nostro Movimento. Peraltro, la stessa Occupazione vide la presenza di Giovani di ogni fede politica.
  • c) credo però che Parma sia stata la sola sede in Italia dove l’egemonia venne esercitata da una forte intesa fra i Cattolici del dissenso moderati e aperti al dialogo e al confronto e i giovani di Sinistra, Comunisti, Socialisti e Repubblicani). C’era una ala del dissenso cattolico più radicale e intransigente e meno disponibile al confronto, che sarà poi protagonista dell’occupazione del Duomo, che esercitò un ruolo di stimolo critico, che definiva la conduzione del Movimento come “Linea Nera”. (In essa veniva collocato il Prof. Moroni e anch’io, mentre fuori del Movimento anche per la linea aggressiva della Gazzetta di Parma, che poco o nulla capì di quel Movimento, venivo fatto passare per estremista).
  • d) Il 68 di Parma fu anche caratterizzato per essere stato il luogo dove Studenti e moltissimi Docenti si incontrarono e insieme cercarono di individuare e perseguire obiettivi di cambiamento della Istituzione universitaria.
  • e) Eravamo nel corso e alla vigilia di una trasformazione epocale del sistema universitario e non tutti ne erano consapevoli, ma a Parma in quei giorni ricchi di partecipazione e di studio della realtà universitaria fra presente e futuro in molti ce ne rendemmo conto e fu questo l’elemento centrale del carattere anche “riformatore” del 68 a Parma.
  • Mi limito a dare alcuni dati (ISTAT):
  • Nel 1926 c’erano circa 43.000 studenti iscritti alle 26 Università italiane e vi erano 2.400 Professori Ordinari. Nel 1959 le sedi erano 29, con 176.000 studenti e circa 5800 Professori Ordinari. Nel 1967/68 in 36 sedi erano iscritti 370.000 per 7.800 circa fra Professori Ordinari e Incaricati. Dieci anni dopo nell’Anno Accademico 79/80 nelle 61 sedi universitarie erano iscritti 1.036.000 Studenti Universitari per 6.100 Professori Ordinari, circa 14.500 Incaricati a vario titolo, circa 18.000 Assistenti, circa 5.000 contrattisti e 2700 Assegnisti. Questo aumento del personale docente, pur con un rilevante numero di docenti precari fu anche il frutto delle battaglie sindacali i cui protagonisti furono spesso e non pochi ex sessantottini.
  • Il rapporto Prof. Ordinari/Studenti passa dal 5,60 del 1926, al 2,13 nel 68 e allo 0,63 nel 1980.

Questo imponente aumento degli Studenti e delle Sedi, che aumenteranno ancora negli anni a seguire, impose la realizzazione di molte delle rivendicazioni del 68 a partire dalla democratizzazione degli Organi di Governo Universitario, dal Decentramento Amministrativo fino alla riconosciuta autonomia, peraltro prevista dalla Costituzione e da un enorme potenziamento delle strutture edilizie e delle attrezzatture tecnico-scientifiche.

A Parma nel 68 il Dr. Usberti era il Direttore Amministrativo, e toccò a lui dirigere lo sviluppo dell’Ateneo parmense. Si rivelò uno dei Dirigenti Amministrativi più preparati e capaci e non a caso venne eletto Presidente della Conferenza Italiana dei Direttori Amministrativi. Fra i Rettori ricordo con simpatia e affetto il Prof. Venturini, Rettore nel 68 e il il Prof. Carlo Bianchi, Uomo di grande valore professionale e umano.

  • – A parte una iniziale “benevolenza”, la Gazzetta non fu certo tenera con voi: e appunto il suo nome era un po’ un parafulmine per gli strali del giornale. Come ricorda questa situazione dal punto di vista personale, aggiungendo che vi si sovrappose lo scontro fra suo padre, il prof. Emilio Taverna, e il direttore della Gazzetta Baldassarre Molossi: una “aggressione” che ebbe risonanza nazionale anche se poi l’episodio si ricompose fra due persone che pur nella differenza delle idee si stimarono (e nei giorni scorsi, ad esempio, lei ha ricordato uno splendido articolo che Emilio Taverna pubblicò sulla Gazzetta negli anni ’80 sulla figura del Màt Sicuri). E a proposito, in un clima di forte contrapposizione fra le generazioni, posso chiederle come fu in quel periodo la dialettica con un padre a sua volta pubblicamente impegnato per la sua grande passione politica (nelle file del PSIUP)?
  • La Gazzetta non ricordo che svolgesse in quel tempo un’azione improntata a ptincipi liberal e al passo coi tempi. Era inevitabile che non riuscisse a comprendere a sufficienza quel che avveniva e gli aspetti etico-politico-culturali sottesi a quel movimento, che ripeto fu locale, nazionale e mondiale. Gli strali di quel giornale spesso erano offensivi e certo non facevano piacere. Lei parla di aggressione. Sono del tutto d’accordo con lei. Definire i “vari Taverna nazisti” per una persona che era stato internata per due anni nei Campi di Concentramento nazisti era e rimane un’offesa intollerabile e come Lei sa bene “ferisce più la lingua della spada”. Questa storia della contrapposizione delle generazioni si tira sempre fuori. La considero per allora e per l’oggi un elemento di contorno e di poco valore e molto probabilmente non vera.
  • – Al di là delle analisi generali, c’è un episodio grande o piccolo che lei ricorda di quell’anno per un significato particolare?
  • Si la mattina dopo l’aggressione di una squadraccia, venuta da fuori, protetta dai Carabinieri, peraltro respinta, venni arrestato insieme a don Tonino Moroni e ci portarono in via delle Fonderie. Dopo poco vedemmo arrivare camionette piene di nostri Compagni (sapemmo dopo che sotto una splendida regia del Collettivo Universitario  Teatrale ci fu un inaspettato assalto alle camionette per farsi arrestare). Mentre i Carabinieri persero la testa, i Poliziotti (che erano stati esautorati) se la godevano. I primi autobus che arrivarono in Piazza Garibaldi la bloccarono e la C.d. L. proclamò lo sciopero generale. Credo che sia stato il solo caso in Italia di uno Sciopero Generale a sostegno delle lotte degli studenti del 68. Di lì a poco un enorme corteo guidato dal Sindaco Enzo Baldassi arrivò a Via delle Fonderie e noi venimmo immediatamente “liberati”.
  • Voglio sottolineare questo elemento: ci fu un grande sostegno che ci veniva dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dalle organizzazioni sindacali, dalle Associazioni Partigiane, dai Partiti, dalle Amministrazioni democratiche del Comune e della Provincia. Spero che se si parlerà del 68 a Parma se ne parli in modo non banale. Questo rapporto non era peraltro nato nel 68, ma assai prima attraverso l’azione delle forze studentesche democratiche e in primo luogo dell‘UGI (Unione Goliardica Italiana – Associazione della Sinistra Universitaria) per tutti gli anni 60, ad esempio a sostegno degli Studenti Arabi dopo la guerra dei 6 giorni, o degli Studenti Greci dopo il golpe dei Colonnelli.
  • – Infine la più scontata, ma io credo non inutile, delle domande: pur in un mondo cambiatissimo, che cosa di allora le piacerebbe innestare nell’Italia (e forse nei giovani) del 2018? Oppure, la provoco, ha ragione chi sostiene che il ’68 è stata una delle rovine d’Italia e che la generazione del ’68 è stata nell’educare molto peggio di quelle precedenti che contestava?
  • Gli anni nei quali il 68 italiano si realizzò erano anni di crescita economica, nei quali grandi erano le speranze e le attese dei giovani, ma anche dei Lavoratori. Non si dimentichi che al 68, che fu compreso meglio a Sinistra rispetto alle altre forze del Paese, seguì il ’69 e l’Autunno caldo e l’ingresso della Costituzione nei luoghi di lavoro con l’approvazione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Ci battevamo per il Diritto allo Studio per tutti, anche per i figli dei Lavoratori (diritto e non privilegio). Non ci battevamo per il Diritto al Lavoro, perché per chi studiava il lavoro non sarebbe mancato. Semmai si metteva in discussione il ruolo dei Tecnici (laureati) nel processo produttivo e si chiedeva più autonomia e più diritti nel processo produttivo. Sembra davvero un altro mondo rispetto ad oggi.
  • Queste speranze furono ferite a morte dalla strategia del Terrore, attraverso stragi tremende: Piazza Fontana 12 dicembre 1969 ( 5 attentati in 53 minuti) con 16 morti e 83 feriti, Piazza della Loggia 28 Maggio 1974 con 8 morti e 94 feriti, Italicus nella notte del 4 agosto del 1974 con 12 morti e 44 feriti, Stazione di Bologna 2 Agosto 1980 con 85 morti e 200 feriti. Incombente per tutti gli anni 70 il pericolo di un Colpo di Stato. E sorella gemella di quella strategia del terrore la crisi economica gravissima e la conseguente politica dell’Austerità e l’inflazione a 2 cifre che erose drammaticamente il potere d’acquisto di salari e stipendi, erosione solo in parte attenuata dall’accordo sulla Scala Mobile che vide protagonisti Lama e Agnelli.
  • A quegli anni seguirono quelli altrettanto terribili del terrorismo.
  • In questo tremendo scorrere di quegli anni, il 68 con i suoi sogni e le sue speranze andò in frantumi e fu sconfitto. I destini individuali furono i più diversi. Per quanto mi riguarda sono rimasto fedele a quegli ideali che per me erano una scelta di vita. Mi fu attribuito un ruolo di leader che non ebbi né allora, né in seguito, in un Movimento (altra caratteristica del 68) che cercava nella partecipazione di tutti la sua vera vocazione.
  • Oggi la situazione è peggiore di allora. Il lavoro non c’è e quello che c’è ha perso diritti e tutele e assomiglia sempre più a nuove forme di schiavitù. La Politica non riesce a svolgere un ruolo di moderazione nei confronti dei Poteri Forti ai quali sembra quasi allineata e in non pochi casi complice. Ai giovani di oggi che osservo con sofferenza e preoccupazione vorrei dire di non lasciarsi incarcerare dalla solitudine e dalla risposta individuale a chi li vuole dominare ed opprimere, non usino i Social per isolarsi ancora di più, ma per unirsi ed organizzarsi, non deleghino a nessuno la rappresentanza dei loro interessi, non cadano nel trabocchetto del contrasto fra generazioni (i nemici non sono i loro Padri) ma le grandi concentrazioni economiche e finanziarie e i Governi loro complici o che non fanno il loro dovere.
  • Abbiano come obbiettivi il riscatto del Mondo del Lavoro, una diversa e più equa distribuzione della ricchezza, non si accontentino di difendere la Libertà che deve essere Sacra, ma che non può essere solo quella di votare o di esprimere il proprio dissenso, ma deve essere anche Libertà dal bisogno, perseguano la Giustizia in tutte le sue dimensioni, impegnino i loro Cuori costruendo uniti con tenacia e coraggio la loro battaglia, perché nessun tiranno può vincere il Cuore generoso e forte dei Giovani che lottano per cause giuste.
  • (La foto è tratta da una locandina del Centro Studi Movimenti  pubblicata sul web)