E’ come se la nostra Storia prendesse corpo, proprio con una delle sue pagine più oscure. E’ come trovarsi lì per davvero, nella via Fani vista e rivista nelle immagini con Frajese, le edizioni straordinarie, lo sgomento di un Paese intero…E fatichi a credere che quei due siano davvero seduti insieme a quel tavolo, proprio a pochi giorni dal quarantennale del 16 marzo e del 9 maggio di quel terribile 1978 di sangue.

Già anche solo restassero lì in silenzio, sarebbe una rivoluzione. Ma oggi sono a Parma per parlare, per raccontare e raccontarsi ai ragazzi del Bertolucci, la scuola che fin dal suo ingresso sa come l’assenza possa diventare – come scrisse il poeta Attilio – più acuta presenza. L’assenza di Domenico Ricci, carabiniere della scorta trucidato sull’auto di Moro, vive nella presenza del figlio Giovanni; e la presenza di Adriana Faranda, che a via Fani era nel commando delle Brigate Rosse, è oggi l’assenza tuttora ingombrante di quella lotta armata che insanguinò l’Italia per anni.

Ma prima ancora di loro, ad aprire il racconto è Giorgio Bazzega. Più giovane, più vicino ai ragazzi per età e per linguaggio. E qui una Storia meno conosciuta ci si fa subito davanti con una sequenza drammatica: il maresciallo Sergio Bazzega (padre di Giorgio che quel giorno ha appena due anni e mezzo) e il vicequestore Vittorio Padovani che vanno ad arrestare a casa il brigatista Walter Alasia. Che però è armato e colpisce Padovani: papà Bazzega ha un mitra e potrebbe sparare a sua volta, ma ha davanti a sè anche i familiari del brigatista e la raffica colpirebbe anche loro. Ha un attimo di esitazione, o meglio di umanità: e in quell’attimo Alasia uccide anche lui, prima di tentare una fuga dalla finestra che anche per lui si concluderà con la morte.

Il piccolo Giorgio quel giorno non può capire. Ma quel male, quel dolore, quell’assenza violenta lo colpiranno crescendo, in una adolescenza di rabbia e di odio che non sanno dove sfogarsi e diventano aggressività, droghe, parolacce…Soprattutto diventano voglia di vendetta: e se l’assassino del padre è morto ecco allora l’idea di vendicarsi su Renato Curcio, uno dei fondatori delle BR e reclutatore di Alasia. Anni tormentati e pieni di dubbi fino all’incontro con Manlio Milani, che in quegli anni vide la moglie letteralmente scoppiare a pochi metri da lui, per la bomba vigliacca di Piazza della Loggia a Brescia. E ad un incontro pubblico Giorgio (che si appresta a parlare a sua volta per esprimere tutta la sua rabbia e la sua sete di vendetta) ascolta l’intervento di Manlio con “parole di una potenza che travolge: per me è stata la luce”. Parole senza odio e anzi con il dubbio autocritico di avere in qualche modo contribuito a quegli anni di violenza che avevano portato qualcuno dell’altra parte a quell’attentato fascista che era costato la vita alla moglie.

Neppure allora il percorso per Giorgio diviene semplice. Ma intanto capisce che ciò per cui lui odia i terroristi (“avere disumanizzato la figura dei nostri genitori”) lui lo sta facendo a sua volta, senza cercare di capire quale sofferenza e quali motivazioni avessero spinto gli altri, e avesse spinto quel ragazzo di 20 anni a sparare a suo padre, ad uccidere e a morire a sua volta.

Sarà ancora una lunga vita, di dolori e di malesseri per lui e per la madre. Fino al giorno in cui il destino lo porta proprio sulla strada di Renato Curcio e lui gli arriva davanti che quasi fatica a respirare ma riesce a dirgli “Sono Giorgio Bazzega: ti dice niente il mio cognome? E il nome di Walter Alasia?”. Curcio indietreggia d’istinto, sorpreso e spaventato, e Giorgio gli appoggia un braccio sulla spalla: “Tranquillo, volevo solo che tu mi guardassi in faccia…”, prima di andarsene con il cuore che batte impazzito e con le lacrime che gli scendono a fiumi forse per la prima volta nella sua vita, finchè arriva a casa quasi senza accorgersene e come in trance. Ma riesce a capire che è il momento più bello della sua vita, perchè finalmente può sorridere alla madre e dirle “Sono guarito”. E, forse per la prima volta, si sente finalmente degno figlio di quel padre morto per un gesto di umanità che gli era costata la vita.

Per un lunghissimo momento all’Astra non vola una mosca: il silenzio più completo e più inconsueto per una assemblea studentesca, che poi si scioglie in un applauso sincero. E sarà silenzio per tutte e due le ore: sì, qualcuno una sbirciatina allo smartphone la dà, ma quasi più per abitudine, per poi tornare ad ascoltare.

Sì, perchè adesso tocca a Giovanni e Adriana. Tocca tornare in via Fani attraverso le due storie contrapposte. Quella di Giovanni undicenne, che dopo le ore dei singhiozzi e della casa invasa da poliziotti capirà davvero quello che è accaduto alla sera, leggendo pagina due dell’edizione straordinaria di Repubblica che qualcuno ha abbandonato sul tavolo: suo padre è lì, nella foto senza lenzuolo che mostra i sette fori di proiettile, fra la testa e le spalle. E anche per lui inizia una vita di rabbia, di diversità rispetto ai coetanei: anche quelli che a loro volta hanno perso il padre, ma per malattia o incidente stradale. Lui non ha “solo” perso il padre: lui è precipitato in un baratro di domande, di rabbia, e come per Giorgio di sete di vendetta.

Ci vorranno 18 lunghissimi anni e il diventare padre a sua volta, di un figlio che porterà  il nome del nonno mai visto, Domenico. Ma se un domani mio figlio incontrasse i figli dei brigatisti, si chiede un giorno Giovanni, dovranno odiarsi anche loro? E allora capisce che oltre a sè sta distruggendo tutta la sua famiglia. E si aggrappa all’amica Agnese Moro, figlia dello statista ucciso, e prende corpo quel progetto apparentemente assurdo: “Voglio incontrare chi ha ucciso mio padre”. Cosa che avviene nel gennaio 2012: c’è Valerio Morucci che materialmente sparò a suo padre, ci sono Adriana Faranda e Bonisoli. Sono i terroristi, gli assassini, ma non sono “i mostri”: Giovanni vede davanti a sè persone, consapevoli del male che hanno fatto e per questo con “ferite che sanguinavano più della mia”. Grazie a quegli incontri, dice Giovanni, “ho restaurato la vita di mio padre”. E mette i brividi sentirlo dire che “Adriana Faranda è una delle persone più splendide che ho conosciuto”.

E qui arriva il momento chiave della mattinata: quello che potrebbe rovinare tutto. Perchè con Giorgio e Giovanni è inevitabile solidarizzare, provare empatia e comprensione: ma Adriana Faranda era dall’altra parte. Contraria all’uccisione di Moro (uno dei due voti contrari, quando i brigatisti decisero la sorte del sequestrato), dissociata, con alle spalle il carcere ed una pena pagata: ma lei era e sarà per sempre parte del gruppo degli assassini, di quelli che le vite le tolsero, non di quelli che se le videro togliere. E allora basterebbe una frase fuori posto a mettere tutto in discussione, a originare polemiche, forse anche a spiazzare i ragazzi.

Ma è subito bravissimo il giornalista Paolo Grossi a condurre anche lei sul terreno dei sentimenti lacerati, perchè per entrare nella lotta armata la Faranda abbandonò la figlia di 7 anni, con la quale non deve essere poi stato facile incontrarsi e spiegare. “Erano anni terrificanti. Per me fu decisiva proprio la strage di Piazza della Loggia, perchè pensai che se non era possibile contrastare il fascismo e la strategia della tensione manifestando pacificamente allora occorreva un altro tipo di lotta. Ma poi è stato impossibile spiegare a mia figlia, tanto più nel parlatorio di un carcere, che l’avevo lasciata sola perchè volevo per lei un mondo migliore”. Il sequestro Moro fu decisivo a farle capire che “dalla violenza non può nascere niente: avevamo toccato il punto massimo di atrocità nel nome di un bene presunto”. Spiega di non avere cercato i familiari delle vittime per cercare un perdono “che non è possibile chiedere”.

“So che le nostre sono vite imparagonabili e che non potrà mai esserci una memoria condivisa. Ma possiamo condividere le nostre rispettive memorie”. E da qui Adriana Faranda arriva alla sua conclusione, con parole che sembrano davvero sincere: “Non dobbiamo cercare giustificazioni, perchè la possibilità di fare scelte diverse l’avevamo. Ma non abbiamo avuto coraggio: proprio noi che parlavamo di immaginazione al potere non siamo stati fantasiosi e siamo finiti fuori strada. Questo non me lo perdono, ma spero almeno che sia utile raccontarlo ai giovani”. E alla domanda finale di un ragazzo aggiungerà: “Sono ancora una sognatrice che crede nella giustizia sociale. Ma oggi voi che avete le tecnologie potete cercare di arrivarci attraverso la possibilità di comunicare”.

La chiusura della mattinata è l’applauso dei ragazzi, lungo e convinto per i tre racconti di chi si è messo così a nudo. Ma quello che resta più dentro è il silenzio di quelle due ore, come cornice a parole tanto importanti: come se quel silenzio fosse servito a tutti noi per accogliere il dolore, l’orrore per la violenza, ma anche e soprattutto la straordinaria lezione di amore e pacificazione di quelle tre persone insieme. Destini per sempre diversi e per sempre legati, oggi capaci di fondersi senza confondersi, per regalare ai ragazzi e a tutti noi il messaggio più vero e concreto su come costruire un futuro che sia davvero migliore per tutti.

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Vorrei che il video di questo dibattito andasse nelle altre scuole, su Tv Parma, sulla Rai: sarebbe questo il modo vero e migliore di rendere omaggio alle vittime di via Fani e degli anni di piuombo