titoli

Questa mattina tv e radio nazionali hanno ripreso la notizia parmigiana della violenza sessuale denunciata da un ragazza al Bodoni. Un episodio davvero grave e inquietante, che ci obbliga a molte riflessioni. Eppure ieri a Parma non è stata questa la violenza di cui più si è parlato… 

Di episodi, infatti, ieri ne sono stati raccontati due, entrambi portati a conoscenza dalla Gazzetta di Parma. Quella appunto del Bodoni (“Denuncia compagno per violenza sessuale”) ed una vicenda di pugni e vessazioni anche a Lesignano (il cui titolo era “La panna negli anolini in brodo: botte alla convivente”).  Un titolo, quest’ultimo, che ha calamitato in numero incredibile – anche proprio nel confronto con l’altra notizia – commenti, reazioni e condivisioni sui social.  E qui comincia la mia riflessione.

  1. Apro e chiudo subito il tema che in realtà l’ha fatta da padrone nel dibattito: ovvero la scelta del titolo. Non certo per dribblare l’argomento, nè tantomeno per spirito di categoria: semplicemente perchè non so come e da chi quel titolo è nato, ed è giusto che sia lui o lei a spiegarlo, così come io ho sempre fatto e farò per ciò che scrivo io.
  2. Su un titolo di giornale, però, ognuno può ovviamente fare liberissime considerazioni e anche critiche. Purchè non si sbaglino le premesse: se non siete un giornale scandalistico o di gossip, scegliere volutamente un titolo “acchiappa-clic” non conviene. Può farvi avere più lettori oggi? Ma certamente ne avrete di meno fra un mese, e per un giornale che vive dal 1735 non è certo questa la filosofia: non la era quando ci lavoravo e non la è oggi.
  3. Esclusi quindi masochismo e malafede, ovviamente un titolo può essere comunque sbagliato o risultare sgradito. Se da lettore devo dire che cosa mancava in quel titolo, a mio avviso era che si percepiva un episodio isolato e quasi grottesco anzichè 5 lunghi anni di incubo per quella moglie e madre, come  invece spiegava poi l’articolo. E il titolo incentrato sulla panna nel brodo degli anolini aveva in sè indubbiamente qualche rischio.
  4. Ieri sui social ho visto parecchie critiche alla Gazzetta (oddio: questo è uno sport che piace tanto ai parmigiani, a volte a ragione e a volte a torto come già scrivevo quando la cosa riguardava miei articoli o titoli ed ero io a risponderne), con anche interventi forti di esponenti politici (un video dell’assessora Seletti) e anche oggi richieste di scuse (la consigliera Buetto e un appello ai giornalisti dell’assessora Paci). Questa parte, ripeto, non mi compete: altri risponderanno e spiegheranno se lo vorranno. Ma anche se accettassimo le tesi più severe su quel titolo, se fermassimo qui la nostra riflessione l’avremmo fermata al dito. E invece credo dovremmo guardare anche alla luna.
  5. Prima cosa su cui interrogarci con grande sincerità e onestà: se quel titolo fosse stato più “corretto” (che so? “Cinque anni di botte alla moglie”) quanto tempo gli avremmo dedicato? Lo avremmo ugualmente condiviso in 7mila come richiamo contro la violenza sulle donne? Ne avremmo discusso con altrettanta partecipazione sui social e altrove? La mia risposta (mia anche come cittadino purtroppo assuefatto) è no.
  6. Questo ovviamente non significa che il titolo andasse bene. Però almeno un pregio certamente lo aveva: dimostrare, se possibile ancor più che in altre occasioni, la crudeltà e la bassezza che stanno dietro alle violenze sulle donne, ad ogni violenza.
  7. Ma tantissimi commentatori hanno scelto un’altra strada: quella di ironizzare, fino al punto di giustificare seppure come “battuta”, quella violenza di fronte alla “bestemmia” gastronomica della panna nel brodo degli anolini. Che in realtà era un modo di accontentare uno dei bimbi della coppia.
  8. E qui lo scenario cambia. E dal giudizio sul giornale (che può anche essere il più severo: ripeto che ognuno ha il diritto di giudicare e criticare come vuole), il discorso si deve spostare davanti al nostro specchio, senza che un titolo o altro ci faccia da alibi. Perchè se davvero arriviamo a scrivere, nel nome di una parmigianità che ci sembra ironica, che una donna che mette la panna è da picchiare, quando VERAMENTE è stata picchiata, allora siamo anche noi piccoli piccoli. E se vogliamo giudicare un giornalista, come è giusto che noi giornalisti veniamo giudicati da chi ci legge, allo stesso modo dobbiamo giudicare noi stessi.
  9. La VERA PARMIGIANITA’, di cui ci riempiamo ogni giorno la bocca, non è nella ricetta degli anolini o nel “Reggio merda” che piace a tanti. La Parmigianità che io ho conosciuto ed amato in 60 anni è quella della civiltà, del rispetto, della parità. E allora date pure addosso a noi giornalisti quando sbagliamo, ma non dimenticate anche voi di rileggervi. E di riflettere su come stiamo diventando, senza neppure accorgercene perchè tanto la colpa è sempre di qualcun altro…