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E’ una storia di parte, come l’autore onestamente dichiara. Di parte e di affetti, perchè è un figlio che racconta del padre e della sua singolarissima parabola industriale. Ma è soprattutto un libro importante, che Giovanni Salvarani ha fatto benissimo a scrivere e che ha tanto da insegnare a chi non ha vissuto o non conosce quella storia. 

“Salvarani o starani a lét?”. Fu questa battuta in dialetto di un bidello del Romagnosi (l’insostituibile e simpaticissimo Zurlini) a farmi entrare per la prima volta a contatto con quella che sarebbe stata una delle vertenze più importanti della città, e a mostrarmi allo stesso tempo la forza fulminante di certe battute o dei giochi di parole del nostro dialetto.

Salvarani, infatti, era il nome di una delle aziende più famose d’Italia, al punto da essere soprannominata “la Fiat delle cucine”. E il gioco di parole consisteva nel vedere l’apostrofo dopo la S iniziale, in modo che la traduzione della frase diventava “Si alzeranno o rimarranno a letto”, alludendo in questo modo alla crisi che aveva colpito l’azienda col rischio di non farla più rialzare.

Ma per arrivare a questo, occorre prima partire dalla parte bella e straordinaria della storia, con una delle più geniali intuizioni ed escalation dell’imprenditoria di Parma.  Salvarani era il cognome di sette fratelli. Il primogenito Renzo, quando il padre incontrò difficoltà finanziarie ed emigrò in Argentina, provò ad avviare una falegnameria a Baganzola. E da quella falegnameria sorse alla fine la più grande fabbrica di cucine componibili dell’Europa.

Merito, dicevamo, di alcune intuizioni geniali. Innanzitutto in fabbrica: su tutte la rivoluzionaria Longline, rivoluzionario piano continuo così felicemente avanti per quegli anni da trovare un posto al Moma di New York. Ma fu altrettanto geniale la scelta di abbinare il nome  dell’azienda (e quel particolarissimo logo che tanti ricorderanno) ad una squadra di ciclismo, che in Adorni e Gimondi ebbe presto i suoi campioni, fino a realizzare una storica accoppiata Giro d’Italia/Tour del France che nel 1965 portò alle stelle la notorietà non solo nazionale della Salvarani e dei fratelli di Baganzola. Per non parlare della lungimiranza di sponsorizzare i concerti italiani del Beatles, quando ancora i principali quotidiani ironizzavano sul futuro dei quattro “scarafaggi” di Liverpool.

La crescita degli anni ’60 fu impetuosa. La favola si concluse poi bruscamente alla fine del decennio successivo. E in mezzo, quasi come un triste presagio, ci fu nel 1970 la tragica fine di Luigi Salvarani, che nella gestione sportiva si era particolarmente distinto e che era importante anche in azienda, vittima di un incidente stradale.

Nel frattempo, le proteste dell’autunno caldo avevano aumentato le richieste dei sindacati. E paradossalmente la disponibilità della Salvarani, che aveva quasi sempre evitato situazioni di vero attrito con le maestranze, divenne motivo di ulteriori istanze che finirono per incidere sull’andamento dell’azienda quando i mercati iniziarono a rallentare. Prima di arrivare lì, però, occorre ricordare anche l’attenzione dei Salvarani alla città e all’aspetto sociale: Mario Tommasini bussò alle porte di Baganzola ed ebbe risposte di grande sensibilità n anticipo sui tempi, come le assunzioni di persone down o il mobilio per la Fattoria di Vigheffio destinata ad ospitare i dimessi dall’ex manicomio di Colorno.

Ma tutto fu poi travolto, e qui naturalmente inizia la parte più difficile da raccontare. Resta quel titolo di giornale (nazionale) che ancor oggi suona come un insulto: “Meno fratelli, più manager”. Certo, da fuori e da profani si può immaginare che anche i fratelli qualche errore lo commisero e che forse l’azienda crebbe “troppo in fretta” senza contemporaneamente adeguare le strutture. Ma quando poi arrivarono i “manager” le cose non migliorarono certo: e al di là delle polemiche (che non mancano, anche nei confronti dei vertici di allora dell’Unione industriali) resta come unica cosa inconfutabile e irrimediabile che il miracolo Salvarani si dissolse in poco tempo. “Poco tempo” anche se in realtà l’iter giudiziario fu poi lunghissimo e complicato, e intrecciò il destino di capannoni e terreni con il trasloco delle Fiere dal Parco Ducale e la nascita di Cibus, fino ad arrivare ai giorni nostri e alle nuove strutture che stanno cambiando il volto della zona.

Resta la storia, breve ma non effimera, di una famiglia e di una azienda che conquistarono e meritarono per anni l’ammirazione di tutti. E Renzo Salvarani, che proprio a Baganzola è stato recentemente festeggiato per i suoi 92 anni, può ancora coccolarsi la qualifica di Cavaliere, meritata allora anche per le sue doti umane e che ha poi resistito al tempo, ai rovesci industriali e alle amarezze.