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Il titolo, che contiene il mio augurio alla vecchia Gazzetta e al suo nuovo direttore, lo spiegherò meglio in fondo. Ma prima vorrei prendere spunto dalla notizia di un nuovo direttore per condividere con voi una riflessione su che cosa significhi un quotidiano per una città, e la Gazzetta nel caso specifico di Parma.

E’ una riflessione che parte da una sensazione mai provata in 60 anni: questa, infatti, è la prima nomina di un direttore della Gazzetta che non mi tocca direttamente come giornalista di quel gruppo, ma solo come cittadino e lettore, per quanto ovviamente con un pezzo di cuore ancora in via Mantova. Quando mi presentai per la prima volta in redazione, ancora liceale e aspirante collaboratore, era già in sella da tempo Baldassarre Molossi e per alcuni anni ho avuto il privilegio di annusare l’aria e gli insegnamenti di quella formidabile “nave corsara” di provincia che ha lasciato un segno, riconosciuto e invidiato in tutta Italia, nel giornalismo di provincia. E dopo di lui, i vari Bruno Rossi, Giuliano Molossi e Michele Brambilla (dopo l’interim di Claudio Rinaldi) sono stati colleghi con cui collaborare da Tv Parma o con cui lavorare fianco a fianco dopo essere tornato in Gazzetta.

In quei 40 anni mi è capitato varie volte di prendere parte – soprattutto in periodo di campagne elettorali – a dibattiti sull’informazione che erano molto spesso “processi” proprio alla Gazzetta e a Tv Parma, etichettate come “la voce dei padroni”.  Che in effetti la Gazzetta ha: così come ogni giornale ha un “padrone” o editore, che si chiami De Benedetti o Berlusconi o Unione Parmense Industriali. Ed è appunto l’editore a dettare la linea del giornale o di una tv, nel rapporto e confronto con il direttore che guida la redazione.

La Gazzetta è quindi faziosa. Come lo è Repubblica o il Corriere della sera, come lo erano il Resto del Carlino o l’Unità che a Parma ebbero per decenni una redazione. Come lo è il Manifesto retto da una cooperativa di giornalisti, come lo è il Blog delle Stelle o come lo era il blog di Beppe Grillo, nonostante le lezioni di imparzialità che arrivarono in redazione dopo l’editoriale  di Giuliano Molossi prima del ballottaggio Bernazzoli- Pizzarotti: opinabile ma assolutamente legittimo nonostante tanti lettori sostenessero assurdamente che quella presa di posizione violava la legge o il silenzio elettorale… E perfino questo blog, nonostante il mio direttore e il mio editore siano sempre e semplicemente il sottoscritto, è inevitabilmente fazioso perchè rispecchia le mie idee, che possono essere diverse da quelle di chi mi legge.

Tutto questo preambolo non è certo per dribblare le critiche che ogni lettore può e potrà continuare a riservare alla Gazzetta, come ad ogni quotidiano. Gli stessi giornalisti non sono sempre necessariamente d’accordo (è capitato anche a me più di una volta) con un editoriale o con una scelta di impaginazione o di gerarchia delle notizie. Ma la lunga introduzione occorreva per dire che se è giustissimo dissentire, allo stesso tempo ho sempre trovato superficiale e banale ridurre il ruolo della Gazzetta a quello di megafono di una proprietà.

La Gazzetta è parte integrante della città: per la sua storia e per la sua diffusione, che paradossalmente crebbe soprattutto negli anni in cui la sua linea editoriale era più lontana dalle scelte politiche della “città rossa” saldamente in mano al Partito comunista e al suo alleato socialista. E proprio la differenza delle idee fra potere politico e potere economico/editoriale ha forse consentito alla città delle sintesi positive: dal no a certi progetti su Piazza della Pace (come ho ricordato in questi giorni agli amministratori odierni…) al trasloco con successivo decollo delle Fiere a Baganzola.

Non solo. Al di là di qualunque rispettabile giudizio sulla sua linea politica, la Gazzetta di Parma è stata – come forse nessun altro giornale di provincia – culla e palestra di formidabili protagonisti del giornalismo nazionale e addirittura della Letteratura. Sulle pagine delle raccolte custodite a pian terreno, c’è una storia che porta firme straordinarie come Giovannino Guareschi, Attilio Bertolucci, Cesare Zavattini, Egisto Corradi… Ci sono i primi ma già non timidi esordi di alcuni nomi che hanno poi composto a Milano e nel mondo una vera “Nazionale” del giornalismo: oltre a Corradi, basterebbe citare i Torelli, i Goldoni, i Chierici e tanti altri.

E ho sempre giudicato miope e sciocco il non riconoscere (e valorizzare) questo straordinario pezzo di Storia e Cultura della città. Che non significa, lo ripeto ancora, non poter essere poi in disaccordo, anche fieramente, con le opinioni del giornale.

Ecco: la Gazzetta è queste due cose insieme. Che sono poi, a ben guardare, le due caratteristiche di noi parmigiani: un popolo capace di grandi guizzi e capace poi di perdersi nella presunzione di qualche volo pindarico o autocelebrativo. Ed ecco perchè allora l’arrivo di un nuovo direttore alla Gazzetta è qualcosa che ci riguarda tutti: giornalisti, lettori e perfino chi i giornali non legge più (ma poi con le scelte della città – giuste o sbagliate – dovrà fare i conti).

Allora va ricordato che un giornale, di “padroni”, ne ha sempre almeno due. Perchè l’editore più illuminato o più ottuso del mondo non potrà mai contare più di chi davvero decreta il successo o il fallimento di un quotidiano: i lettori. Che soprattutto in una realtà di provincia non devono essere solo passivi fruitori come al ristorante, ma possono (tanto più con le tecnologie di oggi) affacciarsi alla cucina del “loro” quotidiano.

La Gazzetta degli ultimi anni ha avuto il respiro ed il tocco di chi veniva da fuori e da realtà più prestigiose: credo che i segni di Michele Brambilla resteranno e produrranno altri frutti preziosi. Quanto a chi ne prende il posto, ecco finalmente spiegato ai lettori il titolo di questo articolo: Claudio Rinaldi, oltre a una carriera gazzettiera nella quale ha sempre bruciato le tappe ed oltre a tante altre iniziative e riconoscimenti anche fuori dal giornale, ha scritto il più bel libro di cronaca parmigiana degli ultimi anni, con quel “Dirige Michelotti da Parma” che racconta la storia di un grande arbitro ma anche di uno spaccato di città. Ecco, ora che dirigere tocca proprio a lui (peraltro, se ricordo bene, a sua volta arbitro in gioventù) l’augurio è che – fra le mille grane e le incombenze di mille generi che oggi toccano a un direttore –  resti sempre un angolo importante per il Rinaldi giornalista di quell’ottimo libro. E che i suoi e ancora un po’ “miei” colleghi guardino alla crisi delle vendite con l’arma più bella che il nostro mestiere concede: la passione e la curiosità del giornalismo.

Se ci riusciranno, magari anche con l’aiuto di noi lettori, non sarà un bene solo per Rinaldi o per la Gazzetta. Ma anche e soprattutto per la città, che della sua Gazzetta ha ancora bisogno: magari anche per criticarla e pungolarla, ma soprattutto per avere un riferimento su una parmigianità che oggi ha, in tutti i sensi, mille nuovi colori.

Buon lavoro a tutti dal vecchio Billy .