La foto di Elisa si sovrappone a quella di Silvia, che viene ricordata proprio stamattina in Santa Croce.
13 anni dopo, siamo ancora qui a guardare visi di giovani donne, vite spezzate da uomini. Qui nel profondo nord, qui nelle due ali del Ducato che proprio da una donna fu governato con saggezza 200 anni prima di un governo dove le donne sono 1 su 3…


E mentre sui social, comprensibilmente, altre donne si chiedono perché e si chiedono quando finirà questa strage, vien da chiedersi anche se nei cortei sia la cosa più giusta esibire i nomi e i volti di queste vite spezzate, anche se sembra la cosa più naturale.
No, forse dovremmo inventarci una manifestazione (o una pagina di giornale?) di volti e nomi al maschile: per vedere quanto è lunga la scia di sangue e tragedie che NOI produciamo.
Sì: noi. In quei volti e in quei nomi dobbiamo specchiarci tutti, maschi possessivi maschi violenti maschi omicidi. Per capire quanto ognuno di noi, anche solo con una battuta sui social (in questi giorni ne abbiamo viste parecchie) o con una pubblicità sessista, alimentiamo la “cultura” della donna inferiore, della donna oggetto del nostro piacere, fino alla donna vita da spezzare. Anche solo per un no.
Da Silvia a Elisa? Purtroppo sì. Ma soprattutto da Aldo a Massimo, perché questa non è una storia di donne che “si sono fidate troppo”. È una storia di uomini assassini, è la storia di una violenza troppo lunga perché ognuno di noi possa pensare di non alimentarla.

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