Credo che nessuna cosa, fuori dalla cerchia delle persone che conosco e frequento, mi rispecchi e mi sciolga come certi testi e certi passaggi della musica di John Lennon. Quindi non potevo mancare allo spettacolo di Felino,

messo in scena da un quartetto di cui conoscevo e stimavo già tre componenti. Ma mi aspettavo “semplicemente” un pomeriggio piacevole, sospeso appunto fra amarcord e amicizia.

Invece “Lennon – Life & Works” è molto di più: è un efficacissimo format che unisce musica, racconto, immagini e video. E alla fine lascia una sensazione che va molto oltre il gradevole amarcord sapor nostalgia, ma si proietta decisamente sull’attualità e fa riflettere sul nostro quotidiano di oggi, oltre che sulla irripetibile storia di John e degli altri tre “scarafaggi” che conquistarono il mondo a suon di musica.

La musica, ovviamente, è fondamentale. E qui ci siamo spellati le mani per il bravissimo Alberto Padovani (chitarra e voce più un pizzico di armonica e fischio…) e un Enrico Fava che non conoscevo e che, partendo da lato, è via via più presente ed immerso, nel fare band con Alberto, nei brani in cui la tastiera è unico sottofondo e nei momenti in cui si fa più protagonista. Due musicisti che fanno, letteralmente, per quattro.

Ma la pur ottima esecuzione musicale avrebbe meno significato se non fosse fusa con il racconto recitato con passione da Raffaele Rinaldi e Resi Alberici. E se questo racconto non avesse dietro un intelligente lavoro di scavo e di scelta, da umanisti. La favola dolce e poi tragica dei Beatles e di John ha un’iniziale e corretta scansione cronologica, ma poi procede per approfondimenti e flashback che ci mostrano tutta l’attualità di quella storia ormai così lontana (ormai quasi 40 anni dalla morte di Lennon e quasi 60 dai primi passi musicali dei futuri Beatles).

Così, il pacifismo e l’utopia di John non sono più pezzi storici dei formidabili anni Sessanta o del ritorno ispirato di Lennon all’esordio degli Ottanta. Sono invece messaggi per noi, ancora validissimi: e lo si capisce bene quando fra palco e pubblico ci si fonde nell’ascolto di Imagine o nello scandire All you need is love o Give peace a chance.

Sembra facile, nel veder scorrere lo spettacolo in modo così naturale. Ma dietro ci dev’essere stato un lavoro non semplice, di ricerca, di selezione e poi di collage. Lennon è personaggio con mille sfaccettature: caustico e irriverente ma timido; non fu sempre ineccepibile nel rapporto con le sue donne ma poi cavò fuori quell’inno al rispetto verso le donne che è Woman. Insomma, non è un modello da prendere a scatola chiusa senza riserve (nel rapporto con i figli, nell’abuso delle droghe che lo allontanarono dalla prima moglie…): John è uno specchio delle contraddizioni di quell’epoca, ma la sua poesia musicale resta tuttora un contagioso inno alla speranza. Da condividere e da rivivere non appena lo spettacolo si riproporrà: magari anche in uno spazio cittadino ampio e magari – se posso lanciare questa idea – in una di quelle assemblee scolastiche che non sempre trovano argomenti di spessore e che coinvolgano tutti. Mentre così, per gli studenti del terzo millennio, il sognatore John potrebbe essere una bella lezione…