Se non fosse così pieno di sè da continuare ogni giorno a scrivere e parlare, e si prendesse ogni tanto una pausa per studiare, forse Matteo Salvini avrebbe capito dell’Emilia Romagna ciò che invece non ha capito…

Non parlo di libri (anche se un po’ di Storia gli farebbe bene in generale): forse gli sarebbe bastato leggere anche un solo articolo. Gli sarebbe bastato capire una intervista di Mario Tommasini, che a suo tempo fece scandalo ma che forse ha ancora tanto di attuale. Nel 1984, Tommasini era entrato in odore di eresia nel suo partito per una intervista a Giorgio Bocca su Repubblica, nella quale aveva definito le sezioni del Pci “Stanze che odorano di muffa”. E a sua volta l’intervista era nata dal fatto che pochi giorni prima, sul Resto del Carlino, Tommasini aveva scandalizzato alcuni compagni di partito con il paragone dell’amico con la madre “puttana” ma pronto a fare a botte se qualcuno lo definiva “figlio di puttana”. “Ecco – aggiunse Tommasini – noi comunisti siamo così: pronti a difendere il partito dagli altri, ma preoccupati”…

Salvini, nella sua foga egocentrica e individualista (la stessa che gli è già costata il governo), è partito da una legittima e a volte concreta critica agli schemi del Pd, nazionali e anche regionale. Poi, come suo solito, ha voluto strafare: l’accostamento Pd/Bibbiano è stato fatto nel modo più becero, e l’indegna sceneggiata del citofono razzista ha fatto il resto.

L’Emilia Romagna, è vero, ha tante incrostazioni che risentono di jun monopolio politico. E ha tante cose che andrebbero cambiate. Ma va rispettata, come va rispettata la sua Storia. Gli emiliano romagnoli sanno benissimo che la Libertà del 1945, pur ovviamente guidata dalle truppe alleate, è nata anche dal sangue e dal coraggio di tanti partigiani. E che le violenze del dopo 25 Aprile, che pure non vanno nascoste, non inficiano certo il valore di quel sangue e di quei ssacrifici. Nè sono, come una risibile storiografia revisionista vorrebbe farci credere, una “guerra civile” sbucata da chissà dove, ma sono la reazione – di cui è giusto condannare gli eccessi – a 23 anni di dittatura violenta, razzista e guerrafondaia. Buffo (o tragico) che chi va in strada a giustificare gli eccessi di reazione di un benzinaio o un barista che spara a un rapinatore uccidendolo, magari alle spalle, poi non comprenda che anche in un popolo vessato e violentato per 23 anni ci possano essere eccessi, che a scanso di equivoco ripeto comunque da condannare.

Così, quando qualcuno non si è limitato a rivolgere all’Emilia Romagna le sue legittime critiche e la sua richiesta di cambiamento ma si è mosso presuntuosamente da “liberatore”, molti emiliani hanno reagito come l’amico di Tommasini: perchè è vero che, specie se vista da Parma, la Regione è stata spesso matrigna (per non ripetere la parola di Tommasini). Ma è anche vero che qui si vive bene e meglio che in tanti altri luoghi d’Italia, e che negli anni ci sono state tante conquiste sociali che altrove ancora mancano. E chi ne invocava la Liberazione, dovrebbe semmai iniziare ad onorarne l’anniversario, in quel 25 Aprile che troppo spesso vede vergognosamente assente chi ha l’onore di rappresentare Parma in Parlamento. Questo, come aveva capito a suo tempo Elvio Ubaldi, è il vero citofono da suonare anche da parte di chi vuole cambiare: il citofono del rispetto.

(Ps – Se a destra non hanno capito la nostra regione abbasrtanza da vincere le elezioni, è comunque evidente che oggi anche qui ci sono due anime sostanzialmente delle stesse dimensioni. E questo è l’enorme lavoro che spetta invece alla sinistra: ne riparleremo)