Per carità: anch’io ci casco e ci cascherò, anche perchè qualche litigata social è una delle poche valvole di sfogo concesse da questa prolungata reclusione. Però, posso dirlo?, provo un crescente fastidio per i post che

trasudano rabbia a casaccio, che insultano (che è diverso dal criticare) Tizio o Caio come se un governo o un vicino di casa avessero tutte le colpe di quella che è, evidentemente, la più grande ed inaspettata calamità globale del dopoguerra, di fronte alla quale nessun Paese può dirsi di essersi fatto trovare davvero pronto.

Una pandemia che fatica a mettere d’accordo perfino gli scienziati e sulla quale tanti – virologi improvvisati senza pudore – sentenziano sulle cose sbagliate e su quelle che, a loro infallibile parere, andrebbero fatte per risolvere tutto. Per non parlare dell’economia: viviamo in un Paese che da decenni fatica a reperire i fondi per una finanziaria ed ora pretendiamo che una cascata di miliardi ci inondi in pochi giorni, scavalcando un bilancio ed una burocrazia che 60 anni di governi vari non sono riusciti mai a scalfire, esattamente come non hanno scalfito le mafie che si sono allargate e ingrassate a spese dell’economia sana.

Non sono legittime critiche a questo o quello, ma sono vere e proprie scariche d’odio, marmellate di livore. Ieri ho visto post quasi trionfanti, di fronte alla notizie che il contagio del coronavirus sarebbe arrivato in un centro per immigrati di Verona: “finalmente”, avranno forse pensato i tanti razzisti di questo Paese dopo che il virus sembrava contagiare solo lumbard o pràmzan dal sàs…

A che cosa possono servire tutti questi post? A nulla. Mettono solo tristezza, oggi ancor più del solito. Mettono tristezza perchè arrivano in un momento nel quale lutti e sacrifici sembrerebbero imporre a tutti noi di provare ad essere migliori. E a sotterrare per sempre la triste ritualità (triste soprattutto per chi la coltiva) degli insulti social.