Paura di uscire di casa. A 61 anni.

Sembra assurdo già solo da dire. Tanto più dopo 37 giorni di reclusione assoluta (alcuni farmaci per la pressione possono essere un fattore di rischio ulteriore) e con una crescente voglia di Parma, di aria, insomma la voglia di quella libertà che tutti stiamo sognando da settimane.

Ma non è la libertà quella che ci aspetta là fuori: anzi, è l’esatto contrario.

Già lo vedi allo specchio, mentre ti infili la necessaria mascherina; lo senti nel silenzio del condominio scendendo le scale: lo vivi nelle strade deserte del brevissimo obbligato tragitto casa-edicola-supermercato. E lo misuri soprattutto nei rari incroci con le altre persone, tutte ben attente a non sovrapporre le traiettorie e a non avvicinarsi oltre l’ormai nota distanza di sicurezza.

Si intravede la verde e vietata primavera del Parco Falcone Borsellino, anche se mi raccontano che il “solito” squallido commercio non conosce lockdown, anzi se possibile sembra ancor più sicuro “padrone” dell’area ora meno frequentata dai normali cittadini. E poi la fila del market, ordinata e ben regolamentata: quelle file di cui una volta eravamo incapaci, e che ora abbiamo imparato a vivere con pazienza e ordine quasi teutonici (li manterremo anche dopo…?).

Ma è tutto alienante, surreale. Siamo bardati così per un nemico che non vediamo, ma che teoricamente è in agguato ovunque. E se anche ti sembra che le precauzioni ci siano tutte (e al ritorno sai quanto sarà importante lavare le mani maniacalmente) sai che quel virus subdolo ha colpito a morte circa 600 volte, solo qui da noi, e non è stato fermato definitivamente in nessuna parte del mondo: quindi ogni leggerezza può essere addirittura fatale.

Però non è neppure questa la sensazione più straniante. Con la morte, in fondo, ci misuriamo ogni giorno, anche se non ci pensiamo. No: non è la minaccia di morte che angoscia, ma la mancanza di vita. Siamo come tanti automi.Ora nella fila siamo tutti estranei, ma sappiamo che se anche arrivassero l’amica o l’amico più cari li dovremmo salutare a distanza: niente baci, niente abbracci, niente pacche sulle spalle e parole ravvicinate di affetto.

E poi a forza di guardare gli altri volti e le altre mascherine capisci che mancano soprattutto i sorrisi. Per proteggerci dal virus dobbiamo nascondere e farci nascondere anche una delle cose più preziose al mondo: il sorriso. Mentre in fila guardo i nostri volti alieni e celati, mi chiedo se neppure questo riuscirà a convincerci di quanto sia stupida l’aggressività dilagante e quanto invece sia necessario ritrovare il gusto di condividersi, positivamente.

Penso che sulla mia mascherina, quando uscirò ancora, mi piacerebbe disegnare uno smile… 🙂