“Forse ai giocatori voglio più bene io”. E’ una delle più orgogliose delle provocazioni (nell’intervista di ieri alla Gazzetta dello sport) di Arrigo Sacchi, oggi 75enne: storia di calcio ma non solo. Ma andiamo con ordine…

Lo spiritato di Fusignano lega la sua storia a quella di Parma nel 1985. In teoria è “solo” un campionato vinto, in serie C, e potrebbe sembrare una storia come tante altre del calcio crociato. Ma fin da subito si intuisce che c’è qualcosa di più: la ricerca del gioco arriva prima del risultato, le esigenze del singolo dopo quelle del collettivo.

Nel Paese nel quale regnano furbizia e individualismo, anche sul campo di calcio, è già qualcosa di inconsueto; però, in fondo, proprio Parma ha già una tradizione di successi accompagnati dal bel gioco (le promozioni di Maldini e Ancelotti o quella di Perani e Barbuti) e quindi all’inizio non si va oltre la storia di provincia. Finchè il destino, sotto forma di coppa Italia, fa incrociare le strade del giovane Parma e del suo tecnico e di Silvio Berlusconi.

E qui ci dobbiamo fermarfe un attimo. Lasciate da parte ogni vostro giudizio sul Berlusconi di cui siamo più abituati a parlare: il divisivo politico, il tycoon di una tv commerciale e non esattamente pedagogica, perfino l’imprenditore edile dai chiacchierati inizi… No: pensate solo al Berlusconi del calcio, che qui più che altrove rivela – comunque la si pensi sul personaggio – una grande lungimiranza e una notevole dose di coraggio. Già, perchè i miliardi possono servire ad acquistare i giocatori migliori e tutto sembra più facile (vedi Donadoni, per parlare di un altro ex crociato, o vedi oggi CR7). Ma quando la squadra miliardaria la metti in mano non a un Trapattoni o a un Liedholm ma a uno sconosciuto ragioniere senza pedigree nè da calciatore nè da tecnico vuol dire che vedi lontano, o che stai prendendo una solenne cantonata.

Come in effetti sembrò all’inizio. Già, perchè il “signor Nessuno” (come Sacchi fu subito etichettato a Milano) lungi dal cercare adattamenti o compromessi pretese da subito che fosse il Milan a plasmarsi sul suo spartito e non viceversa. Con quell’aneddoto ripetuto alla noia: la videocassetta di Signorini per spiegare a Baresi (che sarebbe diventato il miglior libero italiano ma ancora non lo era…) i movimenti che avrebbe dovuto imparare. Dopo le prine sconfitte, un altro presidente avrebbe cacciato “Nessuno” per tornare a qualche usato sicuro, ma Berlusconi no: continuò a credere in Sacchi e ne fu ripagato con il raggiungimento di quella che sembrava una mission impossible, ovvero pèortare il Milan sul tetto d’Europa e del mondo.

E straordinari non furono “solo” i risultati, che in fondo non erano diversi da quelli di un Rocco o un Herrera. No: straordinario fu il gioco, fu l’incanto di 11 “Berlliner” del calcio, orchestra vera e misteriosamente legata in campo da fili invisibili, apparentemente impossibili nel gioco che è spesso anche improvvisazione individuale. Il pareggio a Madrid dettando legge, il successivo 5-0 nella semifinale di ritorno, la finale di Coppa stravinta sullo Steaua, ma soprattutto un derby nel quale l’Inter faticò a psssare la metacampo non sono solo partite della storia, ma sono un unicum mai più rivisto. In due stagioni, non solo Sacchi aveva rivoluzionato il Milan, ma era come se avesse saputo coniugare l’utopia del calcio totale della nazionale olandese (vincente con l’Ajax ma con l’etichetta di sconfitti di successo ai Mondiali) con la pienezza dei risultati. E se proprio tre olandesi furono importantissimi in quelle vittorie, dall’altra parte non dimentichiamolo che c’erano avversari come il Napoli di Maradona, a sua volta paralizzato e ammutolito nel doppio scontro fra San Siro e San Paolo.

Qualcuno dice che non vinse abbastanza in Italia (dove alla concorrenza si era aggiunta ache l’Inter dei tedeschi…), dimenticando però le lunghe assenze di Gullit e Van Basten, quando le panchine non erano lunghe come adesso. Qualcuno obietta che non seppe ripetere i successi del club con la Nazionale, ma qui viene l’altra parte della storia di Sacchi. Vero: Sacchi il mondiale non lo vinse, ma quella finale persa solo ai rigori con il Brasile fu il risultato migliore di una nazionale europea in un mondiale disputato in un altro continente. Qui il rammarico vero di Arrigo non è solo la mancata vittoria (“Il Brasile meritò di più” ha sempre ammesso), quanto lo scarso valore che l’Italia sportiva diede a quel secondo posto.

E qui si chiude il cerchio con la frase iniziale, risposta a Allegri e Capello che lo accusano di pensare il calcipo prescindendo dai giocatori. La risposta che abbiamo già citato (“Io cercavo di migliorare il calciatore attraverso il gioco. Forse gli volevo pià bene io”) non è una semplice opinione. Il collettivo di Sacchi non ha mai impedito ai suoi calciatori di fare incetta di palloni d’oro. E se ripensiamo a un campione anche di fantasia come Roby Baggio, è indiscutibile che fu grande protagonista in Fiorentina, Bologna e Brescia: ma fra le grandi squadre, a parte la prima Juve di Maifredi, nè all’Inter nè al Milan nè alla stessa Juve fu protagonista assoluto come lo fu con Sacchi in quei Mondiali, nonostante l’esclusione “pazza” contro la Norvegia dopo l’espulsione di Pagliuca.

Ed è per tutto questo che l’avventura di Sacchi merita una riflessione che vada al di là dell’orizzonte del calcio o dello sport, pur senza sottacere certi eccessi del “sacchismo”. Lo si è visto anche nella pandemia: a noi italiani piace andare in ordine sparso, ognuno privilegiando le proprie esigenze e con poca simpatia per le regole del collettivo. Ecco: la vera rivoluzione del tecnico di Fusignano passato per Parma fu questa. E se e prendessimo punto più spesso ne guadagnerebbe non solo il calcio (che da allora fatica molto di più a vincere all’estero) ma forse anche la “nazionale” del Paese Italia.

Buon compleanno, Mister ! E grazie per le sue provocazioni dentro il pallone.