Sei personaggi in cerca di dolore. Il dolore che portano su un palco parmigiano e che in realtà già li accompagna da una vita: anzi, come spiega Agnese Moro figlia dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, è un dolore che si rinnova ogni giorno e che ogni giorno graffia profondamente, fino a spingere verso l’azione che sembrerebbe più lontana. Incontrare “gli altri”: gli uccisori che credettero alla lotta armata come strumento di giustizia e che oggi a loro volta fanno davvero i conti con quella palese contraddizione che allora li tentò. Cercare insieme una nuova dimensione di quel dolore che non se ne andrà mai, per ritrovare la vita. E alle parole che arrivano potentissime dal palco del Paganini si accompagna il coro silenzioso del pubblico, composto soprattutto da giovani studenti: è come se nell’Auditorium della musica disegnato da Renzo Piano andasse in scena un

Va’ pensiero, dolente e a tratti muto. Ma anche le pause di chi ricorda, e i silenzi di chi ascolta con un età lontanissima da quegli eventi, formano insieme una armonia straniante, delicatissima e sempre sul filo di un equilibrio fragile, che però ci manderà poi tutti a casa come persone diverse. Che porteranno insieme, dentro di sè, una grande angoscia ed una grande speranza.

Non si parla di perdoni impossibili, nè si fanno sconti o confusione di ruolo. Quando Agnese alla fine si decise davvero ad incontrare i “carnefici” del padre, la domanda per Bonisoli e Faranda era quanto mai chiara e secca: come è possibile caricare la sveglia pensando “Domani dobbiamo svegliarci per andare a uccidere delle persone”?

E poi c’è Giorgio. Giorgio Bazzega, nel crescere senza il padre che un altro brigatista – di 20 anni – aveva ucciso insieme ad un altro poliziotto prima di essere ucciso a sua volta, aveva coltivato un’idea ben precisa alla quale affidava il suo progetto di “vita”: ucciderli tutti uno ad uno. E più di tutti, non potendo prendersela con l’assassino del padre morto a sua volta, voleva uccidere Renato Curcio, il capo delle Brigate Rosse che nel frattempo era tornato in libertà. Ma neppure questo lo aveva tenuto al riparo da sbandamenti, nè dalla droga: Giorgio è fondamentale in questi incontri perchè la sua storia è forse – anche per anagrafe e per linguaggio – la più vicina ai tanti quesiti che gli adolescenti hanno da sempre su sè stessi. E forse anche nella sala c’è qualcuno che ha pensato e provato di colmare quei dubbi con qualche sostanza e potrà riflettere.

Giorgio oggi è diventato uno spacciatore: di vita e di valori. Il padre, che aveva vestito la divisa di poliziotto perchè credeva nella giustizia e nell’uguaglianza, sarebbe sicuramente fiero di come il figlio oggi metta in gioco (e ogni volta deve essere difficilissimo) il suo vissuto e il suo travagliato percorso, porgendoli nelle scuole a disposizione di ragazzi che – magari per tutt’altro motivo – rischiano analoghe scivolate.

Man mano che Gad Lerner li chiama in causa, i sei personaggi sul palco (che contrariamente a quelli nati dalla fantasia di Pirandello portano lì vita e cicatrici reali ed ancora brucianti) estraggono da sè parole mai superflue, che ogni volta ricadono sul pubblico pesantissime ma preziosissime. Franco Bonisoli e Adriana Faranda, che lì rappresentano la parte “sbagliata” e sconfitta, non hanno nulla a che fare con la strafottenza esibita sgradevolmente da qualche altro protagonista della lotta armata: sono qui con una onestà ed una sincerità che da fuori non si sarebbe preventivata (anche a Parma non sono mancate certo le diffidenze verso questi incontri, che ormai da 4 anni si devono all’intuizione e alla caparbietà di Max Ravanetti della Cgil…) e portano un contributo vero e importantissimo. Anch’io dissi a Max, all’inizio di questo percorso parmigiano, dei miei dubbi: e invece oggi dico che non sarebbe la stessa cosa, se accanto a persone straordinarie come questi familiari di vittime, non ci fossero anche loro.

Perchè sì: anche Faranda e Bonisoli si sono chiesti mille volte se ebbe senso caricare quella sveglia del 16 marzo 1978 e di altre date degli anni plumbei di quella Italia. Sentirsi allora le “vittime” di un potere che a livello internazionale produceva la guerra del Vietnam e a livello italiano proteggeva i colpevoli delle bombe fasciste non basta agli ex brigatisti per giustificarsi. Anche per loro divenne quindi fondamentale avere davanti, pur non sapendo che tipo di reazione avrebbero potuto aspettarsi, i parenti delle loro vittime. E anche per loro è fondamentale essere su quel palco, oggi che il debito con la giustizia è stato pagato e quindi non ci possono essere sospetti di opportunismi finalizzati a sconti di pena.

E’ difficile perfino scriverlo, ma oggi quegli uomini e quelle donne appaiono come “amici”, con un legame profondo. Uso le virgolette per pudore mio, negli appunti, e per la consapevolezza che tanti altri non hanno accettato queste situazioni. Ma è proprio quello che ci arriva dal palco, pur nella mai offuscata chiarezza dei rispettivi ruoli, e alla fine è Agnese a pronunciare quella parola che sembrava impossibile: sì, amici. Amici nel dolore e nel cercarne un senso, per costruire insieme qualcosa di buono, che serva a loro e agli altri.

Poi parla, per la prima volta in questi incontri parmigiani, Fiammetta Borsellino. L’ho già ascoltata qualche anno fa nella nostra città ed altre volte in tv, sempre con grande ammirazione. Ma, come a tutti, anche a me manca il fiato nell’ascoltare la sua risposta quando lei racconta di avere incontrato in carcere alcuni mafiosi legati alla strage che costò la vita a suo padre, trovando però sorrisini e strafottenza dall’altra parte del vetro, e da mafiosi certo tutt’altro che pentiti. E’ una studentessa a chiederle ciò che tutti pensiamo: “Ma quando ha incontrato queste risate irrispettose e questa strafottenza, non si è pentita di essere andata in carcere?”. E lei risponde sicura: “No: anzi ho capito proprio quel giorno che fra i due la persona viva non era chi mi parlava, ma mio padre”…

Infine Manlio Milani. Quando gli tocca ripetere della bomba vigliacca e fascista, che in un secondo gli portò via l’amatissima Livia in una nuvola di fumo e di esplosivo, torno con la mente ed il cuore nella Piazza Loggia di una città che è un po’ anche mia, dove ero poche settimane fa a chiedermi ancora una volta che razza di uomo possa essere chi si reca a deporre una bomba nel cestino in mezzo a persone che erano lì perchè avevano degli ideali. Ma lui, proprio lui che avrebbe invece il diritto di bestemmiare il destino e la cattiveria umana, è quello che va oltre e ci invita a condividere i suoi pensieri. E pare di ascoltare un Siddhartha padano: “Quando tornai in quella piazza, poche ore dopo, capii che quel dolore era mio, ma quel fatto apparteneva a tutti e non avrei potuto tenerlo per me come una cosa privata. E poi – aggiunge – quante volte pensai che anche quella violenza fascista nasceva da una più generale violenza verbale anche nostra, che a noi faceva dire “basco nero al cimitero” o “uccidere un fascista non è reato”. E la violenza, anche verbale, produce sempre violenza. Non posso non pensare che vorrei quest’uomo mio concittadino onorario, anche come simbolo di questa esperienza che a Parma ha trovato accoglienza.

Alla fine, dopo un applauso caldo e prolungato, vedo anche con che commozione e con che ammirazione quei teenagers che all’epoca di quelle tragiche storie non erano neppure nati si avvicinano sul palco ai sei personaggi, per ringraziarli. Uscendo poi fuori nel parco, si passa accanto alla statua di Arturo Toscanini, che fu grande direttore d’orchestra ma fu anche uomo di schiena dritta che per non piegarsi al fascismo fu costretto all’esilio. E sì, proprio come per i suoi verdiani Va’ pensiero pare di avere assistito a qualcosa di straordinario. E ti sembra, con gratitudine per quelle sei persone, che dall’odio e dal dolore sia nata su quel palco una concretissima e speriamo contagiosa lezione di Vita.

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Qui il video dell’incontro: